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 La storia dell'emigrazione emiliano-romagnola
Secondo i dati Aire (Anagrafe italiani residenti estero) aggiornati al 3 aprile 2008, sono 3 milioni 734 mila 428 i cittadini italiani residenti all’estero. La cifra potrebbe essere sottostimata a causa della difficoltà di far combaciare le risultanze dell’Aire con quelle degli schedari consolari. I paesi che ospitano il maggior numero di connazionali sono, nell’ordine, secondo l´Aire, la Germania (600 mila), l’Argentina (544 mila), la Svizzera (508 mila), la Francia (354 mila), il Belgio (241 mila), il Brasile (235 mila) e gli Usa (203 mila).
I DATI DELL'EMIGRAZIONE
Di questi 3 milioni 734 mila e 428 unità di cittadini italiani, gli emiliano-romagnoli d´origine sono 119.369, secondo l´Aire; ma la cifra potrebbe ragionevolmente avvicinarsi a 138 mila, se si tiene conto della stima fatta dal rapporto Migrantes.
Le province da cui sono partiti più emigrati sono Bologna (19.254), Parma (19.088), Modena (15.747) e Rimini (14.291). Da notare la numerosa provenienza da piccoli comuni della provincia di Parma quali Borgotaro (1812) e Bardi (1581), culla di un´emigrazione intensa dalle valli del Taro e del Ceno e, in genere, dall´area appenninica, anche piacentina e modenese.
Il 57,9 per cento dei nostri corregionali si è stabilito in Europa (il 47,8 per cento sono donne) e il 30,7 nell´ America centromeridionale, di cui il 50 per cento è la componente femminile. Il paese con il maggior numero di emiliano-romagnoli è l´ Argentina (16.954 ossia il 14,2 per cento) seguita dalla Svizzera (16.177 ossia il 13,6 per cento). L´ Argentina vanta il maggior numero di associazioni emiliano-romagnole, segno di un più forte attaccamento alle radici territoriali, complice anche la distanza geografica. Seguono, tra i paesi di forte emigrazione emiliano-romagnola, la Francia (10,5 per cento sul totale), la Gran Bretagna (8,9), il Brasile (7,3), la Germania (5,7), gli Usa (4,9) e il Belgio (4,6).
Se consideriamo, infine, le classi d´età, il Rapporto Migrantes ci dice che la fascia più rappresentata è quella tra i 45 e i 64 anni (pari al 24,7 per cento) seguita da quella 30-44 anni (24,2). I giovanissimi sono il 17,4 per cento e gli anziani il 20,1.
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NUOVA EMIGRAZIONE E RUOLO DEI GIOVANI
Oggi i flussi in uscita dall’Italia si sono sensibilmente ridotti rispetto agli anni Settanta, l’ultimo periodo di una certa rilevanza per l’emigrazione tradizionale. Nel 2001 hanno lasciato il nostro Paese solo 47 mila italiani, a fronte di 35 mila rimpatri, con un saldo negativo, quindi, di meno di 12 mila unità. Eppure l’emigrazione non si è esaurita, ma continua sotto altre forme al ritmo di circa 50 mila espatri annui. Ad alimentarla, nei tempi più recenti, sono in primo luogo persone dotate di un titolo di studio medio-alto: soprattutto giovani alla ricerca di migliori opportunità di lavoro. Una recente indagine Eurispes sulla propensione degli italiani a trasferirsi all’estero rileva una disponibilità di quasi 38 su cento, percentuale che supera il 50 per cento se riferita ai giovani fino ai 34 anni. L’Asia, con l’esplosione del fenomeno Cina, sembra il continente più stimolante per i giovani desiderosi di varcare il confine.
Appare chiaro, invece, che i giovani italiani nati in emigrazione, pur avendo la cittadinanza italiana, non sono del tutto omologabili a quelli che risiedono in Italia. Sono nati all’estero e lì per lo più passeranno la loro vita. Non intendono affatto rinunciare alla cittadinanza italiana, e del nostro Paese vogliono conoscere meglio la cultura e la lingua, ma sono anche sinceramente attaccati alla terra che ha accolto le loro famiglie e che ha segnato profondamente la loro esistenza. Nel mondo globalizzato di oggi, questi giovani costituiscono un incentivo a inquadrare in maniera più aperta la multidimensionalità dell’essere italiani, e pertanto è soprattutto a loro che si rivolgono con attenzione le Consulte regionali dell’emigrazione.
LA PICCOLA DIASPORA EMILIANO-ROMAGNOLA
La Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo rappresenta una realtà di emigrazione con uno dei tassi più bassi a livello nazionale. Il tasso di emigrati dalla nostra regione è del 3,5 per cento e risulta la metà di quello nazionale. Inferiori a noi sono solo la Lombardia con il 3,1 e la Toscana con il 3,3. Il Molise ha il tasso di emigrazione più alto: 27,3 per cento.
Tuttavia, la piccola diaspora emiliano-romagnola, concentrata in alcune zone dell’Appennino piacentino e parmense, della pianura modenese e bolognese, della Romagna, ha prodotto un’emigrazione - se così si può dire - di qualità, perché dalle capacità lavorative e professionali dei nostri primi migranti è derivato, grazie al positivo inserimento dei discendenti in tutte le società di accoglienza, un universo di legami, collegamenti e rapporti con le aree di emigrazione che oggi la Regione può utilizzare a proprio vantaggio. Le nostre comunità all’estero sono infatti - come ha sottolineato in diverse occasioni il presidente della Regione Vasco Errani - le "antenne" dell’Emilia-Romagna all’estero, cioè il veicolo principale per captare quello che accade nel mondo e, contemporaneamente, per diffondere la cultura, l’economia, il modello sociale, in una parola i "valori" del territorio emiliano-romagnolo.
UOMINI E COMUNITA' PROTAGONISTI ALL'ESTERO
Le storie di integrazione riuscita dei nostri corregionali all’estero sono numerose. Si va da Anacleto Angelini, originario di Ferrara, l’uomo più ricco del Cile e, secondo la rivista americana Forbes, uno dei più ricchi dell’America Latina (è a capo di un impero nei settori petrolifero e forestale valutato oltre 15 mila miliardi di lire), a Frank Berni, originario di Bardi e da poco scomparso, la cui società vantava una catena di 283 ristoranti sparsi in tutta l’Inghilterra, con un fatturato superiore a quello della Fiat. Altro esempio di successo è stato Luigi Papaiz, partito da Bologna nel 1952 per il Brasile, dove ha messo in piedi la prima holding della serratura in Sud America: oggi se in Brasile apri una porta, quasi certamente la maniglia è Papaiz.
Abbiamo molti altri protagonisti che hanno lasciato una forte impronta nei paesi ospitanti. Tra questi: Guido Jacobacci, modenese, al quale si deve la costruzione delle Ferrovie della Patagonia e il cui nome è rimasto nella toponomastica argentina (dal 1925 una cittadina della provincia di Rio Negro si chiama Ingeniero Jacobacci); Felice Pedroni, pure modenese, che nel 1904 scoprì l’oro in Alaska e fondò la città di Fairbanks; Pietro Marrubi, un garibaldino di Piacenza che, perseguitato dalla polizia austriaca, si rifugiò in Albania dove nel 1858 aprì il primo atelier fotografico del paese; Agostino Codazzi di Lugo, celebrato recentemente a Caracas con un convegno internazionale, eroe del Venezuela e della grande Colombia, di cui tracciò i confini nell’Ottocento; Ermanno Stradelli, esploratore-archeologo piacentino alla ricerca delle foci dell’Orinoco e autore del primo vocabolario in lingua india; Adamo Boari, architetto ferrarese apprezzato da Frank Lloyd Wright e autore del Palazzo delle Belle Arti di Città del Messico; un altro celebre architetto è Carlos Zucchi, al quale si deve il Teatro Solìs di Montevideo; Carlo Preda, piacentino, che nel 1949 presentò al pubblico la sua motocicletta, la prima costruita interamente in Argentina; Emilio Rosetti di Forlimpopoli, padre dell’ingegneria argentina e autore di un grandioso progetto di ferrovia attraverso le Ande; Antonio Landi, architetto bolognese allievo di Ferdinando Bibiena che progettò chiese, fattorie, zuccherifici a Belem, in Amazzonia; Artemide Zatti, reggiano, che ha speso la sua vita per i poveri della Patagonia costruendo l’ospedale di Viedma, una specie di Cottolengo della fine del mondo; Egidio e Ennio Bolognini, padre e figlio, entrambi violoncellisti, il primo amico di Toscanini in Argentina, il secondo primo violoncello della Chicago Symphony Orchestra nonché fondatore della Las Vegas Philharmonic Orchestra; Ugo Fontana in arte Hugo Del Carril, leggendario cantante di tango nella Buenos Aires degli anni ’50, figlio di emiliani; Renato Zovagli in arte Réné Gruau, considerato il più grande disegnatore di moda del dopoguerra, attivo a Parigi dove ha lavorato per le grandi maisons, da Dior a Chanel; Antonio Panizzi, esule reggiano a Londra durante i moti del Risorgimento, autore del progetto della Reading Room, la sala di lettura del British Museum in cui andavano a studiare Marx e Darwin; il modenese Girolamo Carandini, altro esule risorgimentale, approdato in Australia dove ebbe l’idea di fondare una scuola di danza e, di fatto, introdusse l’opera lirica italiana; gli Antonelli, famiglia di architetti partita da Gatteo e approdata alla corte di Spagna e, da lì, a progettare sistemi difensivi nel Nuovo Mondo: le loro fortezze in Colombia, Cuba, Portorico sono oggi patrimonio dell’umanità dell’Unesco.
Se, infine, allargando l’orizzonte alle comunità, consideriamo le maggiori ondate migratorie che hanno avuto origine nella nostra regione - quelle che potremmo chiamare le nostre piccole epopee -, conviene concentrarci su alcuni episodi di importanza anche nazionale. A cominciare dal primo in ordine di tempo: la colonizzazione di Resende-Porto Real nel 1875 da parte di una comunità di modenesi provenienti da Novi e Concordia, considerata la più antica emigrazione italiana in Brasile. Dall’Appennino parmense si sono poi diffusi in tutta Europa, spingendosi fino in Russia e in Turchia, i girovaghi - figurinai (costruttori di figurine di gesso), domatori di scimmie e orsi, suonatori d’organetto, venditori ambulanti - portando a compimento una tradizione a metà tra bisogno, avventura e vagabondaggio, iniziata addirittura nel Seicento.
Sempre dai monti piacentini e parmensi, si è avviata l’emigrazione verso l’Inghilterra di gelatai e futuri ristoratori, mentre da un po’ tutta l’Emilia, e in particolare dal reggiano, ha avuto origine il flusso verso le banlieues parigine, alimentato negli anni bui del fascismo dall’emigrazione politica che ha avuto i suoi centri principali a Nogent-sur-Marne e, soprattutto, ad Argenteuil.
Altri importanti episodi sono la colonizzazione di Capitan Pastene in Cile ad opera di modenesi negli anni 1904-05, e nel 1948 la spedizione Borsari in Terra del Fuoco, primo esempio in Italia di emigrazione organizzata, con i prefabbricati assemblati a Bologna e caricati direttamente sulla nave.
UN GRANDE SERBATOIO DI MEMORIA COLLETTIVA
Naturalmente, molte altre sono state le vie e le ragioni che hanno portato gli emiliano-romagnoli ai quattro angoli del mondo, a lavorare nei campi di cotone o nelle miniere dell’Illinois, nelle miniere del Belgio o nel deserto australiano. Molti di loro, nelle situazioni più estreme, hanno fatto ricorso alle risorse dell’intelligenza e dell’inventiva, come Girolamo Carandini, il conte modenese che portò lo spettacolo operistico in Australia. Basta la messinscena a Sydney nel 1846 dell’Attila di Giuseppe Verdi, ad appena un anno dal debutto a Venezia, a riassumere il senso di una vita: la magnificenza dell’opera italiana portata in dono a un pubblico di rozzi farmers, minatori, coloni inglesi e discendenti di galeotti.
Le attuali 112 associazioni all’estero sono ciò che rimane, in termini di memoria collettiva e forza numerica, di quel grande flusso migratorio che dal 1876 al 1976 strappò all’Emilia-Romagna circa un milione e 163 mila persone, oltre un quarto dell’attuale popolazione della regione. Queste le partenze suddivise per periodo:
- 220.745 dal 1876 al 1900
- 469.429 dal 1901 al 1915
- 189.955 dal 1916 al 1942
- 222.020 dal 1943 al 1961
- 61.125 dal 1962 al 1976.
Oggi i corregionali che hanno conservato la cittadinanza italiana, e sono dunque i principali destinatari delle attività della Regione e dei nostri sodalizi all’estero, sono - come abbiamo già detto - tra i 109 e i 138 mila, che rappresentano circa il 3% della popolazione residente in Emilia-Romagna: in pratica una città come Ferrara. Questa comunità multiculturale è presente, con la forza delle proprie idee e con il valore della propria testimonianza, all’interno della comunità regionale, come ha recentemente riconosciuto il nuovo Statuto della Regione Emilia-Romagna
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