Emiliano-Romagnoli nel Mondo
Regione Emilia-Romagna

Consulta degli Emiliano Romagnoli nel mondo


Associazioni degli Emiliano-Romagnoli nel mondo




Informazioni e servizi








Link Utili

  


Le vostre storie


BOLOGNA, UNA MUSA INQUIETANTE?

La poesia bolognese degli ultimi trent'anni raccontata in un libro di Giancarlo Sissa. Ce ne parla Jonathan Sisco del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna.
Il volume di Giancarlo Sissa, C’è una bella osservazione fatta da un maestro della poesia italiana contemporanea, Giovanni Giudici, quando nota che "provocare uno scrittore di poesie a discorrere sulla (propria) Musa può rappresentare una ghiotta occasione di mondanità letteraria. "Ecco", qualcuno potrebbe dirsi, "che questo poeta ci apre i suoi cassetti, i suoi armadi, i più segreti ripostigli del cuore… e ci racconta…" Ma raccontare che cosa?". Nelle parole del grande poeta, rotto all’esperienza del pubblico, si percepisce quasi un senso di stanchezza, il fastidio per una curiosità fuori luogo. Quando un poeta viene interpellato non sempre ha qualcosa di interessante da dire sulle proprie esperienze. E forse Giudici, che negli anni ‘90 veniva spesso a Bologna, ha davvero ragione (anche se chi gironzolava fra il teatro La Soffitta di via D’Azeglio e le birrerie di via Zamboni ricorda quanto poi gli piacesse parlare del suo lavoro e magari "vantarsi" di aver scritto tanti versi quanti Torquato Tasso). Quella frase, per di più, presa da uno dei suoi libri più belli sulla scrittura, La dama non cercata, nasce nel periodo fra anni Settanta e anni Ottanta, cioè in pieno "boom della poesia", quando "come nel boom del tennis o nel boom dello sci, ogni appassionato tendeva subito a farsi praticante", contribuendo a creare un cortocircuito di cui poi si è parlato molto, fino a farne un alibi, quello per cui scrittori e lettori sono sempre le stesse (poche) persone, o meglio, ci sono più scrittori! Era questo il clima, per intenderci, in cui alla fine degli anni Settanta, a Roma si organizzarono alcuni happening con migliaia di persone richiamate sulla spiaggia di Ostia dai poeti della beat generation.

Un bel libro intitolato semplicemente Poesia a Bologna, appena uscito per l’editore bolognese Gallo & Calzati, (www.galloecalzati.com), ci fa capire che a Bologna si respirava un’aria diversa. Il volume raccoglie le testimonianze di alcuni fra i principali poeti presenti a Bologna negli ultimi trent’anni. A chiamarli a raccolta è stato uno di loro, il poeta Giancarlo Sissa, mantovano di nascita ma bolognese dal 1982. Come poeta Sissa è naturalmente portato a comunicare la sostanza dei rapporti umani e delle esperienze vissute (come mostrano i suoi libri da Il mestiere dell’educatore all’ultimo Manuale d’insonnia). Forse questa sensibilità o più semplicemente la preoccupazione di non disperdere la sua memoria lo hanno portato a chiedere ai poeti bolognesi di raccontare cosa è stata per loro la poesia a Bologna dagli anni Settanta a oggi. Come curatore Sissa ha lasciato che ognuno scrivesse quello che voleva. Addirittura, precisa, "i testi non hanno risentito o beneficiato di alcun incontro o scambio di informazioni preliminari", cosicché quelli che hanno scritto lo hanno fatto praticamente all’insaputa gli uni degli altri. Hanno accettato l’invito in diciotto (oltre a Sissa) ed è giusto nominarli subito tutti: Vincenzo Bagnoli, Vitaniello Bonito, Alberto Bertoni, Bruno Brunini, Eros Drusiani, Salvatore Jemma, Maurizio Maldini, Alberto Masala, Stefano Massari, Nicola Muschitiello, Marco Ribani, Jean Robaey, Roberto Roversi, Davide Rondoni, Gregorio Scalise, il Teatro del Guerrieo, Marisa Zoni.

Chi ci legge fuori da Bologna difficilmente li avrà sentiti nominare, ma chi li conosce un po’ sa quanto questo gruppo sia disomogeneo. Eppure questo nucleo di scrittori si frequenta da quasi vent’anni, scambiandosi poesie, idee e giudizi, secondo un’idea molto poco pacificata di "amicizia letteraria", dove il contrasto e la franchezza valgono almeno quanto la simpatia. È questa una delle caratteristiche profonde dell’ambiente bolognese. Tanto che Bologna non esce certo dal libro con l’immagine di una musa materna o condivisa. Qualcuno, come Bonito, la descrive perfino come una città troppo reale per essere poetica. Altri, come Gregorio Scalise, vi si identificano al punto da potervi proiettare il proprio diario (e cosa sarà, invece, l’essere uno e molti, tutti e nessuno, uguali e diversi di cui parla Davide rondoni?). Resta comunque vero che la poesia a Bologna dal ’77 a oggi non è certo stata una faccenda di ispirazioni solitarie, se non nel senso di una polifonia di inquietudini da ricambiarsi.  

Scorrendolo il volume la prima impressione che se ne trae è appunto che durante gli anni Settanta la poesia bolognese abbia cercato e trovato dimensioni nuove, tutte sue, maturando una capacità peculiare di rispondere alle inquietudini delle esperienze personali e collettive. Il trauma della cosiddetta seconda contestazione, gli scontri politici e studenteschi, vengono vissuti in prima persona, per le strade, da quasi tutti quelli che in città scrivono e scriveranno poesie. Ma mentre da una parte questo contesto rinnova una lunga tradizione di impegno politico, dall’altra, proprio in concomitanza con questi eventi, i poeti cominciano per certi versi a nascondere i loro testi. Non smettono di parlare ma cercano misure più piccole e più personali per diffonderli.

E in effetti chi, oltre ai protagonisti, sa cosa è successo di preciso dopo gli anni Cinquanta e Sessanta, quando qui si pubblicavano le due riviste forse più importanti d’Italia, Officina e il Verri? E il bello era che lavoravano su fronti quasi opposti, con gli autori dell’una a litigare con quelli dell’altra. Di quella stagione sono rimasti i libri, certo, quelli legati a quell’esperienza, veri e propri classici come Dopo Campoformio di Roberto Roversi e Ipsometrie di Giuseppe Guglielmi, e quelli no, come le Poesie di Gaetano Arcangeli. Ma poi? dopo? Dopo le cose sfuggono e non si sa bene dove andarle a cercare. Si ha quasi l’impressione di doversi mettere in gioco di persona, scendendo in giro per la città, in certe strade, in certe osterie, e magari in certe stanze vuote prese in prestito dagli scrittori. E qualcosa del genere, in fondo, ha fatto proprio Giancarlo Sissa raccogliendo i ricordi dei suoi compagni di strada.

A dare a tutti l’esempio più forte è fin dal 1969 Roversi, il poeta più importante del secondo Novecento bolognese (almeno a non tenere conto della nascita e degli studi del suo amico Pier Paolo Pasolini). Egli, infatti, decide di pubblicare le sue nuove poesie, Le descrizioni in atto, non presso un editore ma ciclostilandole (oggi si direbbe fotocopiandole) e poi facendole girare a mano fra gli amici e le persone interessate. "Mi ciclostilavo", spiega Roversi, "non per far dispetto a Mondadori che neanche mi filava. Volevo arrivare con le mie lettere a mano più lontano, più in dettaglio; e arrivarci da solo…". Da lì in poi, almeno per un ventennio a Bologna si farà soprattutto così, senza compromessi con l’industria culturale. Tanto che anche queste poesie di Roberto Roversi sono tuttora molto difficili da reperire. Anche per questo trascriviamo alcuni versi dalla Trentacinquesima descrizione in atto, quella in cui protagonista è la nebbia di una pianura fra campagna e metropoli:

Ciascuno con lo scialle, con la ventosa
attaccata alla spalla, magari col fiore all’occhiello,
ciascuno col suo passo
in questo alone di silenzio
e le ellissi, i parabolici schizzi
i colorati microcosmi che danno scintille,
verdi asteroidi cascano la notte di sangiovanni
sulla riva di mare arrostiscono carne
giovani che non danno canzoni.
Nebbia dal
solco della pianura
fra casello e casello dell’autostrada.

Il nome di Roversi, però, deve essere sempre pronunciato senza retorica e senza troppo calcare la mano sul blasone che gli deriva dai suoi libri importanti e da collaborazioni celebri come quella con il cantautore Lucio Dalla. È soprattutto attraverso il dialogo con lui, infatti, che le nuove generazioni trovano gli spazi adatti per prendere la parola, prima su una rivista di impegno politico-poetico come Il cerchio di gesso, poi su La Tartana degli influssi (un "Archivio nazionale della poesia giovane" ideato con Maurizio Maldini). Questi fogli e queste riviste, come altre che ne seguiranno l’esempio, dallo Spartivento, a Numerozero, a NordSee, ai quaderni dell’associazione Il Masaorita, erano prodotti tutti rigorosamente fuori commercio, gratuiti e spediti per posta. E anche la loro geografia cittadina era del tutto privata e occasionale. Erano case private, come quella di Gianni e Maurizio Venturi e poi quella di Salvatore Jemma; bar, come il caffè Praga di via Toscana, dove venne ideata una cartella di cartone, chiamata Al Praga Caffè, in cui ognuno poteva inserire i suoi testi; e infine, naturalmente, il luogo centrale della Bologna poetica, la libreria antiquaria Palmaverde di Roberto Roversi, nascosta in un cortile interno di via dei Poeti, dove prima o poi passavano tutti.

Fa un po’ impressione, a questo punto, per continuare a parlare di poesia dover ricordare un altra data tragica, la più tragica, della memoria bolognese contemporanea. Però, è vero che la strage del 2 agosto 1980, quella della stazione di Bologna, non lascia spazio alla distrazione. Non a caso, proprio l’anno dopo, in occasione della commemorazione dell’attentato, fra il 30 luglio e il 2 agosto 1981, nasce un’iniziativa poetica, il Foglio dei quattro giorni (una selezione quotidiana dei testi che i giovani venuti da tutta Europa portavano alla redazione), da cui poi nel marzo 1982 prenderanno il via le attività della cooperativa Dispacci. Usciranno 11 fogli curati da Dispacci, fino al 1987 e questi troveranno poi un’ideale prosecuzione negli anni ’90 con il foglio di poesia militante Lo Spartivento (77 numeri fino al 1994). Ma negli anni Novanta, sembra di capire dalle testimonianze, le condizioni cominciano a mutare, prende piede una forma di impegno più estroversa e comunicativa. Tanto che questo periodo è rappresentato al meglio dall’attività di un’osteria di via del Pratello, il Montestino, dove il p roprietario, Marco Ribani, comincia nel 1993 (e fino al 2000) a organizzare dei lunedì letterari che lasceranno il segno nell’atmosfera bolognese (e proprio Giancarlo Sissa ne era una delle anime più forti). Il meccanismo era semplice: nella serata di chiusura settimanale amici poeti e scrittori erano invitati a leggere e poi venivano offerti (anche al pubblico!) cena e vino. Intanto, nel 1991, era uscita un’importante antologia curata da Gilberto Centi, Bologna e i suoi poeti, che portava alla luce quasi 300 autori presenti in città. Diverso, invece, il caso di un’autoantologia messa insieme da Bertoni, Jemma, Gobbato, Trebbi, Robaey, Bonito, Pieri e Sissa. Si intitolava Quaderno bolognese e portò nel 1994 a un secondo volume, Fuoricasa, questa volta stampato da un editore vero, la Book di Massimo Scrignoli. Proprio da quest’ultima antologia ascoltiamo una poesia genuinamente bolognese di Salvatore Jemma , tratta dalla serie intitolata Plenilunio in novembre:

Ah, il sole che splende su Bologna
strada Maggiore la bette
non s’infiamma
la chiude come siede sulle case
che accende la città; splende
di giorno poi si piega, attende
sul colle la lucerna. Spesso
affronta la gente il lavoro
spesso lo circonda
illumina con forza
il fiume che la scuote – la sua mano
aspetta la città che si divide.
Si piega la città, non si raccoglie.

La poesia insomma ritrova la via del libro e per questo, come ricorda ancora Sissa, poteva ancora capitare di sentirsi rimproverare, per essere finiti a pubblicare qualcosa "ufficialmente", cioè presso un editore vero. Se pensiamo che oggi gli stessi poeti hanno dato vita a una rivista spedita esclusivamente per posta elettronica (www.fuoricasapoesia.splinder.com), potremmo commentare facilmente, ricordando gli studioso di etnologia urbana, che diversificare la normalità è davvero la strategia preferita nelle situazioni di vera "intimità culturale".

Per concludere è giusto lasciare ancora la parola a un poeta, Alberto Bertoni che nel suo "raccontino di formazione" sulla poesia negli anni ’70 raccolto fra le testimonianze di Poesia a Bologna pubblica anche l’unica poesia del volume dedicata a Bologna. Il testo descrive la sua doppia anima di professore e poeta pendolare fra Modena e Bologna. Si intitola A Bologna di mattina presto:

Quel quarto d’ora prima del caffè
e della lezione su Sereni
il quarto d’ora tutto scatti e freni
che chiude in zona Fiera ogni spiraglio
e che dalla corsia proibita taglio
assieme a qualche altro
frettoloso, intemperante
capace in nessun caso di civismo – questo
quarto d’ora lo trascrivo
dal portico dove il tuo nome
pronuncio al telefono per primo.


Jonathan Sisco


« Archivio

« Invia la tua storia


ERMES