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DALLA ROMAGNA ALLA PATAGONIA


Montescudo, la Rocca Malatestiana Oggi vi racconto, attraverso questa storia, come può sopravvivere l’italianità fino alla quarta generazione. Sono Magalì Pizarro, nata a Viedma nella Patagonia Argentina. La storia d’emigrazione della mia famiglia comincia con l’arrivo al mondo, nell’anno 1872, dei protagonisti: Giovanni Savioli e Adele Magnanelli. Entrambi nati in una famiglia romagnola, lui a Montescudo, nella provincia di Rimini, e lei a Sassofeltrio, oggi in provincia di Pesaro e Urbino, nelle Marche. Sono paesini d’origine etrusca, in seguito passati sotto il dominio dei Malatesta e dei Duchi di Urbino. Paesini di campagna dove vivevano famiglie d’origine contadina, come loro. Nel 1904, Giovanni e Adele si sono sposati a Montescudo con la benedizione delle rispettive famiglie, che hanno potuto assistere alla nascita dei loro primi figli: Salvatore, Luigi e Marietta. Quattro anni dopo, i due sposi decisero di emigrare in America del Sud. Tutte le famiglie del paese, rimaste sulla collina a salutare con il fazzoletto in mano, li videro partire in carrozza.
La prima tappa in Brasile fu Riberao Preto, dopo sei mesi di viaggio. Con tre figli, e in attesa del quarto, arrivarono a Riberao Preto, dove si misero a lavorare subito nella raccolta del caffè, che in quella parte del Brasile era effettuata in gran parte da manodopera italiana. Cinque mesi dopo nacque Giuseppina, mia bisnonna, la più piccola della famiglia, che accompagnava la mamma a lavorare in campagna, fino a quando i suoi genitori decisero di riprendere il viaggio. Giuseppina aveva solo 4 anni.
La seconda e definitiva fermata fu Viedma in Rio Negro nella Patagonia Argentina. Avevano scelto un luogo che assomigliava a Montescudo, pieno di emigrati romagnoli di origine contadina come loro. Giovanni cominciò a lavorare nella campagna di proprietà dei Salesiani, mentre Adele svolgeva le faccende di casa, aveva un’attività di tintoria e badava ai suoi bambini. In quegli anni sono nati Giovanni, Sisto, Chela e Rosa: in tutto sette figli da mantenere e accudire.

 


L'italianità che sopravvive alla quarta generazione
Un'immagine della Patagonia La vita a Viedma continuava a migliorare, soprattutto dal punto di vista economico, ma gli emigrati non potevano dimenticare le loro famiglie rimaste in Italia. Adele continuava a scrivere a sua sorella, che abitava in Svizzera con il figlio maggiore, mentre gli altri due erano morti in guerra. Purtroppo Adele non aveva avuto più notizie della mamma, rimasta a Montescudo assieme a suo padre. La famiglia di Adele continuava a vivere tra Viedma e la spiaggia della Boca, dove passava le vacanze estive. La loro casa, una delle prime costruite sul litorale, è oggi patrimonio storico della zona.
Intanto i figli crescevano. Sisto diventò sacrestano salesiano e lavorò a Bahia Blanca, assistendo i  bambini. Rosa andò a vivere a Roca, nella provincia di Rio Negro, dove faceva la casalinga. Marietta se ne andò a Buenos Aires, mentre Giovanni rimase a Viedma, dove lavorava come guardia nel penitenziario e cresceva i suoi due figli. Luigi diventò prete e suonava nella chiesa salesiana a Viedma e a Bahia Blanca. Chela si stabilì a Puerto Madryn, nella provincia di Chubut in Patagonia, assieme a suo marito che lavorava nel porto, mentre lei faceva l’insegnante. Salvatore lavorava come contadino a Viedma assieme a suo padre, e morì di tubercolosi a 29 anni. Fu una gran perdita per la famiglia. Giuseppina, la quarta dei figli e mia bisnonna, si sposò molto giovane. Perciò suo padre dovette darle il permesso, e siccome non sapeva scrivere in spagnolo, dovette dichiararlo davanti a un avvocato che firmò per lui. Suo padre, Giovanni Ravioli, non imparò mai a scrivere e a parlare in spagnolo, e pare sia morto dicendo  “Argentina terra maledetta”. Dopo sei mesi dal suo decesso, morì anche Adele di tristezza per la mancanza del suo marito. I figli, rimasti senza genitori, continuarono la loro vita, ognuno con attività diverse e vivendo in posti lontani da Viedma.
La mia bisnonna Giuseppina, nata in Brasile, ma ancora molto italiana come tradizioni e cultura (parlava il dialetto romagnolo), ebbe un solo bambino, mio nonno: Michele Urrutia, padre di mia mamma. Mia madre mi ha raccontato tanto su Giuseppina, che ho conosciuto pochissimo, perché è morta quando io ero ancora piccola. Purtroppo non ho ricordi precisi; invece, avrei voluto conoscerla meglio, poter ascoltare la storia di emigrazione della nostra famiglia dalla sua bocca, mangiare la pasta fatta in casa come la faceva lei e che mia madre e i suoi fratelli dicevano fosse buonissima, ascoltare il suo dialetto romagnolo. Mia madre continua le tradizioni di famiglia della pasta fatta in casa, ravioli e tagliatelle che io apprezzo moltissimo, ma che purtroppo non so ancora fare. Ma è proprio con questa nostalgia di mia bisnonna e delle tradizioni italiane che ho cominciato a studiare la lingua e ad avvicinarmi all’associazione Emilia-Romagna a Viedma, per tentare di capire il mondo degli italiani, che sento molto mio pur essendo argentina.

Magalì Pizarro, Viedma, Argentina



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