
Le vostre storie
ITALIANA IN ROMANIA
Nonna Emma voleva fare l’artista. Ma il regime comunista teneva sotto pressione i cittadini di origine straniera. Così ripiegò sulla confezione degli abiti da sposa, i più belli di Iasi. Questa la testimonianza di Luciana Suica, la nipote.
Per me è strano vedere i miei amici e parenti nella difficile situazione di emigrati rumeni in Italia, perchè la mia famiglia l’ha già vissuta, questa condizione, ma al contrario: dall’Italia alla Romania.
Tra le due guerre mondiali, la Romania ha avuto un grande sviluppo. Con la reintegrazione di tutti i suoi territori grazie alla vittoria nella prima guerra mondiale, si avviava a un periodo di prosperità. Il paese era grande e forte, con il petrolio appena scoperto e l’agricoltura e l’industria in crescita. L’Italia pure aveva vinto la guerra, ma ne usciva distrutta e senza grandi prospettive. La gente non trovava lavoro, soprattutto in città, mentre in campagna si poteva almeno fare affidamento sui doni della terra.
La famiglia di mia nonna, che si chiamava Marcomini, abitava a Ferrara, e il mio bisnonno per dare un futuro ai figli decise di tentare la sorte in un altro paese. Gli suggerirono di andare in Romania per lavorare nelle costruzioni civili. Lui partì con la moglie e i figli piccoli e raggiunse la città di Iasi quando mia nonna Emma aveva soltanto tre anni. L’ inizio non fu facile: cambiare casa, clima, lingua, incontare persone con modi diversi di vivere e pensare. Di immigrati non se ne vedevano molti in Romania e guadagnare il rispetto della popolazione locale non era facile. Il lavoro però bastava ad assicure una vita decente. Emma e sua sorella Angela, allora molto piccole, non ci misero molto ad integrarsi. Grazie ai compagni di gioco impararono la lingua.
La felicità non durò a lungo perché la guerra tornò ad affacciarsi sul panorama internazionale. I genitori di Emma avevano già vissuto il primo conflitto mondiale e sapevano a cosa si andava incontro. Per i bambini fu l’inizio di un incubo. Passarono cinque anni di paura e dolore. La Romania lottava contro l’asse Roma-Berlino-Tokyo e tutti i cittadini originari di quei paesi erano sospettati di essere delle spie. Nella tranquilla casa di via Ipsilanti, dove vivevano i miei avi, adesso c’erano perquisizioni frequenti da parte delle forze dell’ordine. E la maggior parte del tempo la famiglia lo passava in cantina a causa delle bombe. Emma non si rendeva conto a dieci anni che la morte poteva essere così vicina. La fine della guerra, poi, fu solo l’inizio di una nuova malattia che colpì rumeni e stranieri: il comunismo. La Romania perse la guerra e le rimase come unica "protezione" quella della Russia. I russi imposero presto un regime che voleva cambiare non solo la società ma anche il modo di pensare di ogni individuo. E così, la famiglia della mia nonna dovette rinunciare alla cittadinanza italiana per la rumena. Per non andare in prigione, tutti dovevano diventare "bravi cittadini costruttori della Repubblica socialista".
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Volevo cantare!
Qualche anno dopo la fine della guerra, le ragazze furono mandate a studiare nella scuola delle religiose di Nôtre Dame, dove si sentivano al sicuro e ben viste nonostante le origini italiane. Era una scuola per ragazze cattoliche, con un internato in un ambiente austero ma tranquillo. Qui mia nonna Emma riuscì a terminare il liceo. L’anno successivo la scuola venne distrutta perché "troppo religiosa e contro i valori comunisti".
Emma cercò di proseguire gli studi all’Università delle Belle Arti di Iasi, nella sezione di canto. Lei era una ragazza piena di talento, dipingeva, sapeva cucire i vestiti di scena, cantava divinamente e suonava il piano. Era apprezzata dai professori, ma viveva sempre sotto la vigilanza della Securitate comunista. Tutti gli studenti, gli intellettuali, gli stranieri e la gente che non aveva origini nella "classe lavoratrice" erano seguiti e controllati e indirettamente costretti a limitare la loro creatività artistica a causa della censura. Non ci si poteva fidare di nessuno, perché anche tra gli amici o nella stessa famiglia ci potevano essere degli informatori.
Emma desiderava diventare un’artista, ma dal partito arrivavano segnali chiari: doveva abbandonare l’Università in quanto straniera; inoltre, un’educazione artistica era considerata superflua rispetto alle necessità del paese. Anche se aveva la cittadinanza rumena da qualche anno, non poteva sottrarsi allo sguardo attento della polizia, come tanti altri giovani che rivendicavano la libertà di pensare e di esprimersi. Al secondo anno di Università sposò un rumeno anche per guadagnarsi la benevolenza del partito. Ma rimase presto incinta e dovette abbandonare gli studi. Questo è un dispiacere sordo che ancora nasconde nel cuore. Infatti non ne parla mai. Se vengo sull’argomento, mi risponde solo che "la vita non era facile a quel tempo". Ma io so che il suo più grande sogno era di diventare una cantante
Il ricamo di una vita
Adesso non canta spesso ma, quando capita, lo fa in modo così nostalgico e struggente che ti viene da piangere. Quando ero piccola, mi ha insegnato a suonare l’organo. Questo strumento era un pezzo antico proveniente dalla scuola di suore che era stata distrutta. Più tardi, la mia famiglia in condizioni economiche difficili decise di venderlo e per la sua bellezza fu acquistato dal museo della città. Il caso ha voluto che sia questo il luogo dove ora lavorano i miei genitori, così posso vederlo e ricordare i miei primi passi sulle note.
Mia nonna i vestiti li fa ancora, in modo artistico ovviamente. Per venti anni lei e sua sorella hanno creato i più bei vestiti di matrimonio della città. Mi piacerebbe che facesse anche il mio, un giorno! L’Italia per lei è una strana frontiera, l’inizio di una vita tormentata e nello stesso tempo un lontano ricordo, perché il suo cuore non dimentica di aver cominciato a battere proprio lì. Due anni fa abbiamo avuto l’occasione di partecipare con la Consulta degli emiliano-romagnanoli nel mondo a un "ritorno alle origini" nella regione dove lei è nata, l’Emilia-Romagna. A settant’anni e senza essere mai uscita dalla Romania, le mancava il coraggio di partire. Ma io sono riuscita a convincerla e siamo andate insieme. E’ stato un viaggio impressionante, non solo per le bellezze di Ferrara, Ravenna, Padova o Venezia, ma soprattutto per aver visto i suoi occhi pieni di lacrime nel "sentire" la terra, l’aria e il sapore dell’acqua. In riva al suo mare sembrava camminare con gli stessi passi insicuri della bambina di tre anni. Cercava di ricordarsi le strade, le chiese, le piazze e voleva vedere tutto. Abbiamo camminato insieme per giorni in quella settimana di ottobre, e non era mai stanca. Il suo sogno di vedere l’Italia si era realizzato. Quando al ritorno eravamo alla frontiera con l’Austria, in mezzo alle Alpi, mi ha detto che era stata l’esperienza più bella della sua vita. Mi ha abbracciato e mi ha confessato di essere felice come mai lo era stata. Poi mi ha guardato con i suoi occhi blu come il cielo e con una emozione fortissima mi ha detto: "Ringraziamo Dio!"
Luciana Suica, rumena di 23 anni, studia alla Facoltà di Giornalismo dell’Università di Iasi. La sua famiglia ha origini ferraresi e pertanto Luciana partecipa alle attività della Associazione Emiliano Romagnola “Verdiana” di Iasi. Ama i viaggi, la musica e la letteratura, in particolare Dostoevskij.
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