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Intervista


TORNARE A VIVERE PER NON DARLA VINTA AI TERRORISTI


Ilaria Cella a Montevideo durante la Conferenza dei giovani emiliano-romagnoli nel mondo, luglio 2004. Cara Ilaria, tu appartieni alla famiglia degli emiliano-romagnoli nel mondo, come redattrice di ReportER, come parte del gruppo di lavoro dei giovani della Consulta emigrazione e infine come socia fondatrice di Italians of London, il club per i giovani italiani che vivono e lavorano a Londra. Ci racconti la tua brutta esperienza?

Quando leggerete questa mia testimonianza sarò in ospedale a farmi operare. Sono rimasta coinvolta nell’attentato terroristico di Londra, il 7 luglio 2005. Da allora ho avuto diversi problemi, ma ne sto uscendo bene. Anche Londra ha avuto paura ma si è ripresa in fretta. La nostra vita continua, lavoriamo e ci divertiamo più di prima, perché tutti abbiamo toccato con mano quanto sia preziosa la vita. Il terrorismo non vincerà.

Perché hai scelto di vivere a Londra?

Sono arrivata nella City nel 1998 da Piacenza, per occuparmi di marketing ed export per una multinazionale britannica interessata a sviluppare il suo mercato italiano.

Torniamo alla brutta giornata del 7 luglio 2005.

Raramente per recarmi al lavoro prendo il bus ma quel maledetto giorno, dopo essere stata evacuata dalla metropolitana a causa dell’attentato e aver proseguito per un pezzo a piedi, mi sono trovata a sgomitare per salire sul bus n° 30. Alle 9:48 il bus è saltato in aria. Un botto e lo svenimento. Quando sono tornata in me, il corpo non rispondeva ai miei comandi. Gli occhi non si aprivano. Non riuscivo a muovermi. La giacca che indossavo era finita, squarciata, tre file di sedili più avanti. Dappertutto c’era fumo, il bus scoperchiato offriva scene agghiaccianti: sangue ovunque, pezzi di corpo sparsi qui e là. Ho impiegato tutte le mie energie per rialzarmi ma non riuscivo a guardare. Non potevo guardare. Non riconoscevo il mio corpo. Ma ero viva. Un miracolo.

Perdevo molto sangue, ero ferita a una spalla e a una gamba, con un trauma cranico e senza più l’udito dalla parte destra. Ma ero viva. Ricordo i nomi delle persone che mi hanno soccorso, le lacrime sui loro visi. Gente sconosciuta mi offriva la giacca per scaldarmi, in una gara di solidarietà che ancora mi commuove.

Sono arrivata in ospedale alle 14 con la testa che mi scoppiava. Elisabeth che mi cuciva la spalla, avrà avuto sì e no 18 anni. Ma il cinese che mi chiudeva la gamba si era dimenticato di pulire la ferita lasciandomi un bel buco.



Ilaria Cella durante una riunione della Consulta emigrazione Ti sei fatta tre lunghi mesi di sofferenza per tornare come prima, anzi meglio di prima.

Devo ringraziare tante persone: il console generale a Londra, David Morante, che mi fece visitare dalla dottoressa Emiliani, la quale si accorse che avevo perso l’udito e che la gamba aveva fatto infezione (poche ore dopo ero in Italia); il mio salvatore terreno, ossia il dottor Carlo Fioruzzi, primario di ortopedia di Fiorenzuola e direttore di traumatologia di Piacenza, che mi ha salvato la gamba, incoraggiato e spinto a vivere di nuovo e subito; il dottor Vento, persona straordinaria, primario a Fiorenzuola, che mi ha già fatto due interventi e sono sicura riuscirà a risolvere il problema della mia sordità.

A tutti coloro che mi hanno aiutato, ai miei amici, a chi leggerà questa mia testimonianza voglio dire che non dobbiamo arrenderci a questi eventi, che la nostra vita deve continuare, che "loro" – i terroristi – non vinceranno. Il mio corpo, ferito, ha voglia di cantare e ballare, di tornare alla normalità, al lavoro, di dar vita al sogno che tenevo nel cassetto per il 2006 e per il quale mi stavo allenando: correre la Maratona di New York.

E´ stata molto dura?

Il primo mese dopo l’attentato cadevo spesso a terra, perché la perdita dell’udito causava mancanza di coordinamento e di equilibrio. Per tre mesi, ho passato ore a portare il bicchiere alla bocca cercando di non farlo cadere, a salire e scendere scale per riabituarmi a camminare normalmente. Sono stati lunghi mesi di ospedale, esercizi e letture, lontano dagli amici che non volevo mi compatissero. Lunghi mesi di costanza e dedizione, di riabilitazione e allenamento alla battaglia che volevo assolutamente vincere: tornare alla vita, amarla ancora di più, apprezzarla e goderla come non avevo mai fatto, e proprio perché avevo visto la morte in faccia.

Così, sono tornata gradualmente a camminare e a correre, anzi vado più forte di prima e non vedo l’ora di partecipare alla Maratona. La mia rinascita è un dovere nei confronti di tutti coloro che mi hanno aiutato e anche, e soprattutto, di chi era con me sul bus n° 30 e non si è più rialzato, non ha avuto la fortuna di rialzarsi.



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