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Le vostre storie
LE MAIOLICHE FAENTINE, IL MADE IN ITALY DEL RINASCIMENTO
Quando l'Italia era al vertice dell'artigianato di qualità: Luigi Rossi da Bochum (Germania) racconta la storia del successo delle ceramiche di Faenza a Cracovia e sui mercati del nord Europa
Cracovia, capitale della Polonia tra il 1320 e il 1609, è crocevia d‘antichi percorsi, tra Settentrione e Meridione, Occidente e Oriente. Nel XV secolo era una città di circa 30 mila abitanti. La sua università Jagellona, fondata nel 1384, raggiunse il livello dei maggiori atenei del tempo, concorrendo con Praga, Vienna, Pecs. Dall‘Alma Mater Jagellonica proviene Nicolò Copernico; tra i personaggi del nostro tempo, Cracovia ha dato i natali a Karol Wojtyla e alla poetessa Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996. Dal ghetto ebraico di Cracovia, ancora bambino, fuggì il regista Roman Polanski. A soli 60 km i nazisti eressero il lager di Auschwitz.
Meglio tornare con la mente, allora, alla Cracovia medievale, città popolata da nobili, ecclesiastici e accademici, e florida, grazie al commercio e alle diverse culture che vi s‘incrociavano: tedeschi, slavi, russi, turchi, ebrei, francesi e italiani. Decine di corporazioni gestivano l‘economia e i mestieri.
Tracce della presenza italiana a Cracovia si riscontrano già nel ´300 e ´400. Diversi italici, bolognesi, genovesi, fiorentini e veneziani, erano responsabili della zecca e delle saline, o impegnati all‘università o nel commercio. Una massiccia presenza italiana si registra a partire dal matrimonio tra la principessa Bona Sforza e il re Sigismondo I. Bona Sforza d‘Aragona, donna di grande personalità, arrivò a Cracovia nel 1517, accompagnata da una piccola corte: dame e poeti, medici, astrologi e musicisti.
Dopo di lei, architetti e scultori, lapicidi, muratori, falegnami, medaglieri e orefici, vetrai ed esperti della lavorazione del tabacco, musicisti, sarti e pittori, medici, apotecari, aromatari, persino specialisti per la fusione di strumenti bellici, si diressero in massa verso la città sulla Vistola. C‘è anche chi giunse in Polonia per avviare la produzione della maiolica alla maniera italica. Mercanti toscani e emiliani, lombardi e veneti crearono a Cracovia un‘importante piazza mercantile per tessuti, vini, spezie e preziosi, senza disdegnare l‘organizzazione e gestione della posta polacca che, tra il 1568 e il 1662, fu nelle mani dei Montelupi.
Il primo ad arrivare fu un bolognese nel 1363
Quasi tutte le regioni italiane erano presenti a Cracovia, tra ´500 e ´700. Dopo lombardi, toscani e veneti, i più numerosi erano gli emiliano-romagnoli. In generale, gli italiani - artigiani, negotiatores e mercatores - dimostravano una prontezza particolare nel dirigersi verso piazze, mercati e nazioni dove vi era sentore di sviluppo economico o di cambiamenti politici favorevoli ai commerci. Sarebbe stato così anche per le città dell‘Hansa, per San Pietroburgo, Riga, Minsk, per Romania e Ungheria. Bisogna sottolineare, inoltre, come l‘artigiano italiano, negli ambiti più diversi, fosse garanzia d‘un prodotto qualitativo e pregiato.
Tracce d‘emiliano-romagnoli a Cracovia si ritrovano già nei secoli XIV e XV: il primo ufficialmente accertato è Franciscus de Bononia de Guidottis, che nel 1363 delega il fratello Pietro a rappresentarlo presso "ogni giudice". Risale invece al 1548 la registrazione del ferrarese Ludovicus Werath, chirurgus. Il 4 febbraio 1601 viene registrato il bolognese Philippus Gandalfelis, di professione zuccari et conditorum mercator, mercante di zucchero e pasticcere che presenta una documentazione rilasciata della curia vescovile di Bologna. Questo bolognese precede l‘ondata di venditori ambulanti italiani di dolciumi e canditi che, a partire dalla seconda metà del ´600, si riversano nella Mitteleuropa. Famosissimi quelli piemontesi e ticinesi, che diverranno esperti cioccolatieri.
Nella seconda metà dell´800 assistiamo invece alla presenza dei venditori ambulanti bellunesi di "pere e mele cotte" o di "pere e mele candite" che, nella stagione invernale, si sparpagliano nelle città dell‘Italia settentrionale e nell‘Impero austroungarico. Da questi ambulanti bellunesi, sul finire del XIX secolo, avranno origine i gelatieri, l´ultima specializzazione artigianale della storia dell´emigrazione italiana.
Il 9 febbraio 1664 viene registrato a Cracovia il cittadino bolognese Petrus Mengantii e, il 29 agosto 1698, il nobiluomo ferrarese Aloisius Ioannes Lucini. Dalla documentazione si rileva il tentativo d‘introdurre in Polonia alcuni settori artigianali o industriali, come la produzione della maiolica. Già ad Antonio e Hieronymo Angiolis, cittadini veneti e creatori di vasi di peltro, vetro e argilla, con permesso di doratura e argentatura, fu permesso d‘operare a Vilna nel 1563.
Nel 1573 si stabilì a Cracovia, giurando fedeltà e pagando due fiorini, un certo Antonius de Stesis o Destesi, veneto, che tentò "con ogni mezzo" d‘introdurre in Polonia la produzione della maiolica. In data 29 novembre 1582 - si legge nell´Archivio di Stato di Varsavia – è registrato come "persona che progettava di produrre in Polonia vasi e anfore secondo l‘arte della maiolica come si usava in Italia e Costantinopoli". Antonio Destesi incaricò il fratello Pietro, abitante a Venezia, di far venire a Cracovia due maestri maiolicari faentini, Michele Tonducci e Clemente Avezuto. L‘impresa, però, fallì. Nell‘iniziativa Destesi perse tutti i suoi averi e dei due maestri maiolicari di Faenza non si seppe più nulla. Non per questo sarebbe venuto meno il successo delle ceramiche faentine, che nella seconda metà del XVI secolo travalicò le Alpi, tanto che ancora oggi in Francia, Olanda e nei Paesi dell‘Europa Orientale, resiste la definizione di "Faience" per designare i prodotti ceramici maiolicati.
L´ artigianato faentino si rinnovò nel corso dei secoli, dal Medioevo al Rinascimento, e dal ´600 a tutto l´800, mettendo in luce officine e maiolicari, decoratori, pittori e tecnici attenti a fornire un prodotto non solo di qualità, ma accettato dai contemporanei.
I vasai faentini si firmavano con un monogramma sul rovescio di piatti e ciotole
Faenza, area ricca d‘argille, è collocata in una posizione geografica posta tra le aree di cultura padana e quelle toscane e di centro Italia. I vasai faentini svilupparono e perfezionarono, già nel tardo Medioevo, alcuni procedimenti per il rivestimento dei loro manufatti: la smaltatura (bianco vetrosa) e l‘ingobbiatura (bianco terrosa). Le superfici venivano decorate, con un pennello, sulla superficie smaltata (maiolica), o con la punta o bulino sulla superficie ingobbiata (ceramica ingobbiata). I temi appartenevano al repertorio che ritroviamo anche in oreficeria, nelle miniature e nei tessuti dell‘epoca. Oppure rimandavano a motivi vegetali (tralci, fiori e palmette), faunistici (pesci, monstra e uccelli fantastici) o araldici.
Dopo il Medioevo, le ceramiche faentine continuarono a perfezionarsi. La produzione ceramica faentina del primo Rinascimento offre ornati bizantini e motivi moreschi derivati dalla cultura araba. Non mancano temi e motivi goticheggianti. A partire dalla fine del ´400 la maiolica faentina, all‘apice della perfezione tecnica, s‘immerge in un linguaggio artistico prettamente italiano e italico. La figura umana riceve maggiore attenzione e compaiono dame, paggi, musici e figure allegoriche.
I maestri faentini, molti dei quali anonimi o il cui monogramma, a mo´ di firma, si trova sul rovescio di boccali, piatti, ciotole e vasi, affrontano temi biblici o laici, prendendo ispirazione dalle xilografie che abbellivano libri e stampe. Sulla "maiolica grigio-azzurra" dispongono grottesche, trofei d‘armi antiche, festoni di foglie e frutta. I nomi di alcuni maestri artigiani maiolicari sono giunti sino a noi. Ricordiamo Baldassarre Manara, Pirotto Paterni con i figli e Virgiliotto Calamelli. Verso la metà del ´500 s‘impone lo "stile fiorito": un rinnovamento cromatico e figurativo, a testimonianza d‘un artigianato teso all‘armonia con mode e gusti. Il successo dei manufatti faentini prosegue sino alla metà del XVII secolo. Piatti, ciotole, versatori, crespine baccellate o fruttiere traforate, calamai, rinfrescatoi portabottiglie con zampe d‘animali, saliere, le cui forme rimandano ad analoghi oggetti metallici in peltro, argento, oro e bronzo. Questi manufatti vengono rivestiti da uno smalto che ammorbidisce i rigidi passaggi dei prototipi metallici. Le decorazioni vanno dalle semplici figurette ai putti, dagli stemmi nobiliari alle ghirlande di foglie e fiori, sino alle historie bibliche, cavalleresche e profane. Il segno è rapido, appena schizzato. Tra i massimi esponenti dell‘arte della maiolica faentina di questo periodo, ricordiamo Virgiliotto Calamelli, Leonardo Bettisi e i Dalle Palle.
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