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Le vostre storie
STRUGGENTE RIMINI
UN RICORDO DELLA RIVIERA NEGLI ANNI '70
Molti anni dopo, in un altro paese e sotto un altro cielo, avrei ripensato alla trasparenza del mare ed all’azzurro soffuso delle mattine di primavera sulla spiaggia di Rimini con un senso di sorpresa, ché quei ricordi pensavo di averli riposti, chiusi e ben custoditi come i corredi di lino delle antiche spose, in qualche scrigno della memoria dove la nostalgia ed il dubbio non potessero insinuarsi mai. Ma è tornata primavera anche quest’anno e sulla passeggiata a mare di West Vancouver aspiro l’odore salmastro dell’oceano, guardo i gabbiani volteggiare stridendo nella luce mattutina chiara e pallida, la gente che passeggia o fa la corsetta ed i pescatori dilettanti inerpicati sugli scogli a gettare l’amo o piazzare le reti per i granchi; tutto è ordinato, anonimo ed asettico, eppure, sará il profumo dell’oceano che è quasi lo stesso, mi porta a fantasticare di scene e momenti vissuti piú di trenta anni fa in quella che era allora la mia nuova residenza e fu in fondo la mia prima esperienza di "emigrazione": la Riviera romagnola agli inizi degli anni ’70.
I LUPI BATTEVANO LA SPIAGGIA...
La spiaggia di Rimini era un brulicare di attività per i preparativi della stagione: bagnini e proprietari di pensioni tiravano a lucido, ridipingevano, ripulivano tutto per la grande kermesse estiva; per me, venuta da una città circondata da colline e lontana dal mare piú di cento chilometri, le passeggiate mattutine lungo spiaggia e fino al molo erano un piacere intenso e non capivo la muta disapprovazione della mia vasta famiglia riminese acquisita per matrimonio, o almeno dei suoi componenti piú anziani e tradizionalisti, i quali ritenevano che la spiaggia fuori stagione fosse teatro di tentazioni e seduzioni e fosse adatta solo alle ragazze oziose e sfarfallone e di certo non alle mogli serie che hanno da tirare due uova di sfoglia e fare la spesa. In effetti, la spiaggia era un terreno di caccia e molti giovani e meno giovani maschi riminesi cominciavano ad allenarsi sia per "farsi il fisico" per la stagione, sia per controllare se già non comparissero delle prede degne di nota. I lupi che battevano la spiaggia avevano però uno stretto codice di onore, cioè non avrebbero mai insidiato la donna di un altro riminese, come ebbe a dirmi una volta un tipo che mi aveva abbordato e sottoposto ad un garbato ed estenuante interrogatorio per sapere la mia nazionalità; deluso dall’apprendere che in fondo, essendo fiorentina, ero una forestiera pochissimo esotica e spaventato dal fatto che vivevo a Rimini perché avevo sposato un riminese, mi supplicò di dimenticare la sua intraprendenza giurando che per tutta la stagione avrebbe tenuto a mente di girarmi al largo. "Pataca!" commentò bonariamente mio marito quando gli raccontai l’episodio per me comicissimo: la giovane generazione della famiglia era molto piú aperta e, per i tempi spregiudicata; non erano forse stati i cugini Giorgio e Carla a portarci a vedere il primo spettacolo di spogliarello della mia vita al "Lady Godiva", un night club situato in uno degli annessi del Grand Hotel di fronte al caffè Zanarini, dove si esibiva la famosa Dodò d’Amburgo, spogliarellista di classe internazionale? E uno dei migliori amici non era forse Guido S., che ci aveva introdotto alle serate della Taverna degli Artisti, un locale che restava aperto fino a tarda notte anche d’inverno, Guido, che scorrazzava su una potentissima moto Harley Davidson e aveva una collezione di quei rombanti motur , che era andato a Los Angeles attirato dalla fama degli Hell’s Angels che lui immaginava gente alla Easy Rider, ribelli cavalieri erranti per le vaste pianure americane, e raccontava a noi provinciali sbalorditi i riti di iniziazione cui era stato sottoposto dagli Angels per esserne accettato e di come, messo di fronte alla scelta di andare in giro per un intero mese con un topo morto legato al collo oppure di fare una scazzottata col più grosso e cattivo di loro, avesse optato per i cazzotti pensando che anche se stava in piedi per un paio di riprese l’onore era salvo. Raccontava ridendo e smanacciando mentre stava a letto con la gamba ingessata per un brutto incidente con la moto ( pare che stesse cercando di fuggire da un marito geloso quando si era trovato di fronte un ostacolo imprevisto) e la mamma, la Signora Adele, gli portava leccornie scuotendo il capo un pò compiaciuta e un pò sgomenta di quel figlio scavezzacollo e donnaiolo cui sarebbero un giorno state affidate le sorti del negozio sul Corso Cavour, dalla bella insegna raffigurante un guanto rosso, una impresa che la famiglia mandava avanti da tre generazioni. Guido però aveva il senso degli affari e con i clienti si trasformava in una sirena incantatrice al punto che aveva fama di saper vendere il classico frigorifero agli eschimesi e nonostante la diffidenza e malcelata opposizione del padre, riuscì a trasformare il venerando negozio in una boutique elegante e al passo coi tempi.
RAGAZZE IN MINIGONNA FACEVANO LE TAGLIATELLE
In una piccola strada traversa di Corso Cavour, un paio di ragazze intraprendenti avevano aperto una boutique di abbigliamento giovane, minigonne, maxi-abiti e mantelli, roba che compravano a peso e sui mercatini di Londra, la Londra di Mary Quant e dei Beatles, e rivendevano bene perchè era divertente, provocante e all’ultima moda. La sera spesso ci attardavamo dopo la chiusura con un gruppo di ragazze e ragazzi a chiacchierare e risolvere i problemi del mondo, a parlare delle cause che erano le nostre cause, il referendum sul divorzio, quello per la legalizzazione dell’aborto perché le donne continuavano a morire dissanguate o di infezione per lo scempio degli aborti clandestini, ma anche a farsi due risate o spettegolare a ruota libera sulle presunte infedeltà di questo e quella. A sentire quei racconti un pó boccacceschi mi ero fatta l’idea di una città godereccia e liberata nei costumi, di gente che assaporava la vita con la stessa voluttà con cui trangugiava un piatto di strozzapreti o addentava i cascioni di erbe e squacquerone, gente che lavorava sodo e volentieri e volentieri si divertiva, sicché rimanevo un pò confusa nel vedere che poi anche fra i giovani in fondo c’era un certo tradizionalismo, che la domenica in famiglia era ancora sacra al punto che ai miei inviti "Allora, facciamo qualcosa domenica?" veniva inesorabilmente risposto "Eh no, domenica siamo a mangiare dai miei!", che le ragazze con le minigonna sapevano anche tirare la sfoglia delle tagliatelle come dee della cucina mentre io, riminese d’importazione, non ci riuscii mai pienamente. Ma negli anni a venire, e attraverso la mia esperienza di immigrazione in un paese multiculturale come il Canada, ricordai l’esempio dell’ equilibrio e del buonsenso con cui i romagnoli e i riminesi gestivano l’afflusso dei "furastieri" estivi che portavano non solo una ondata di nuova ricchezza ma riversavano anche esempi di altri stili di vita, di altre idee e fermenti, insomma anticipavano la grande fusione di culture e razze che sarebbe diventata l’emblema delle decadi future; la bonomia e l’apertura con cui accoglievano queste mode ma continuavano a rispettare e vivere le solide tradizioni della loro civiltà di agricoltori, imprenditori, e gente che ha un impegno civile ma anche profonde radici nella unità familiare.
TUTTO E' CAMBIATO
Sono tornata a Rimini per un breve pomeriggio di aprile, ed era già un altro secolo, il ventunesimo secolo. Il negozio di pasticceria di via Clodia, di proprietà della zia Renata che, sempre impeccabilmente elegante, presiedeva sopra una schiera di affaccendate commesse in uniforme e col berrettino bianco è ora gestito da altri e la zia Elmira, la vedova di zio Gianni che negli anni ’30 era considerato "il più bell’uomo di Rimini" e anche lei donna bellissima e sportivissima, sfiora i novanta anni chiusa nel suo appartamento al Grattacielo con le varie "badanti" al suo servizio. Non sono più nemmeno riuscita a ricordare il nome della stradina dove un tempo c’era il negozietto di moda londinese ed a malapena ho potuto orientarmi nel quartiere della Fiera dove ho abitato: era allora appena agli inizi, pieno di verde e con poche nuove abitazioni in stradine quiete dove la venditrice ambulante passava la mattina in bicicletta con la cassetta del pesce gridando la merce di giornata. Ora la Fiera è diventata un complesso formidabile di edifici e padiglioni e Guido S., un giorno già lontano, fu tradito dal suo amore per la Harley Davidson e andò a schiantarsi contro uno degli alberi del giardino vicino al Porto e forse con lui furono seppelliti anche i ricordi della "mia" Rimini.
Anna Foschi Ciampolini - Vancouver (Canada)
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