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Il personaggio del mese


PASOLINI A BOLOGNA

Il poeta delle periferie
Pasolini interpreta il pittore Giotto nel Come diceva Italo Svevo, la luce della vita è oscurata dall’ansia di vivere, ed è forse in quest’ansia che possiamo cogliere la grandezza di Pier Paolo Pasolini, il grande poeta, scrittore e regista di cui si celebra in Italia e nel mondo il trentesimo anniversario della morte, avvenuta il 2 novembre 1975.
L’attenzione torna su Pasolini anche in questi giorni che vedono bruciare le banlieues francesi, messe a ferro e a fuoco da giovani beurs condannati alla marginalità. Le borgate perdute di Pasolini – la periferia "lercia e bituminosa" dove per un periodo lui stesso ha abitato e dove ha ambientato la storia di "Ragazzi di vita" e di "Accattone" – avevano almeno il pregio di essere lo specchio dell’anima di un poeta. E quale poeta! Il sottoproletariato romano che negli anni Cinquanta e Sessanta viveva nei palazzoni tutti uguali tra sfasciacarrozze, baracche di lamiera e scavatrici - ora sostituite da negozi di videonoleggio e ricariche di cellulari, discount e take away – aveva almeno il pregio di una disperata allegria. I giovani casseurs parigini conoscono invece solo l’odio e non potrebbe posarsi su di loro, oggi, lo sguardo benevolo, o meglio la compassione, che Pasolini ebbe nei confronti dei "ragazzi di vita" che animavano le "povere, umili, sconosciute stradelle, perdute sotto il sole, in una Roma che non era Roma".
Nella "città di Dio" Pasolini era arrivato fuggendo dal Friuli nei primi mesi del 1950, dopo aver perso il posto di insegnante e il ruolo di segretario del partito comunista di Casarsa per "indegnità morale", accusato di corruzione di minorenne per essersi appartato con alcuni ragazzi nella frazione di Ramuscello.
Tra il Friuli dell’infanzia e l’avventura romana c’è però Bologna, il terzo polo della vita di Pasolini, che nel capoluogo emiliano era nato nel 1922.
Il padre, di vecchia famiglia ravennate decaduta, aveva sposato una figlia di contadini friulani diventati, poco alla volta, dei piccoli borghesi che gestivano una distilleria. A Bologna la famiglia Pasolini resta poco: girovaga per varie città del nord finché torna alle origini friulane stabilendosi a Casarsa (1943-49). In Friuli Pier Paolo vive in perfetta simbiosi con la madre e in perenne contrasto con il padre. "Mia madre era come Socrate per me… Lei crede veramente nell’eroismo, nella pietà, nella generosità. Io ho assorbito tutto questo in maniera quasi patologica".
Pasolini compie gli studi liceali e universitari a Bologna. In quegli anni, di guerra e di frequenti ritorni a Casarsa, scrive poesie in italiano e in dialetto friulano che saranno poi pubblicate in "Poesie a Casarsa". "Tutto puzza di morte, di fine, di fucilazione… tutto puzza di spari, tutto fa nausea", scrive in quel difficile periodo segnato dalla morte, nei primi mesi del 1945, del fratello Guido, entrato nella Resistenza italiana e massacrato diciannovenne dalla stessa Resistenza, nella sua versione titoista, che in nome del comunismo mirava, in quella regione di confine, ad annettere il Friuli alla Jugoslavia.
Nonostante l’immenso dolore per la perdita dell’amato fratello, Pier Paolo nel 1947 si iscrive al partito comunista in Friuli, dove torna dopo essersi laureato in lettere a Bologna con una tesi su Giovanni Pascoli.
Il periodo bolognese è stato molto importante per la formazione di Pasolini, che all´Università aveva potuto seguire gli appassionanti corsi di storia dell´arte del grande Roberto Longhi.
Come Caravaggio
La locandina del film L´influenza della pittura su Pasolini l´ha spiegata bene il critico d´arte Federico Zeri: "Pasolini era un uomo bifronte: da una parte era affascinante, aveva una voce incredibilmente bella, la voce più bella che abbia mai sentito, la voce di un angelo; dall´altra, accanto a questa voce c´erano dei particolari repellenti, le mani per esempio, fredde, sudate, non so, mi faceva una grande impressione toccarle; poi aveva l´aspetto di una bellissima statua greca in bronzo caduta da un autotreno, sull´autostrada e ammaccata, aveva qualcosa di ammaccato, di rovinato, però era un personaggio incredibilmente... unico. Io lo avvicino molto alla figura di Caravaggio, anche per la fine. Secondo me c´è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio, perché in tutt´e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi.[...] Pasolini ha avuto una sorta di folgorazione dalla pittura antica, (…) ha trovato che la pittura antica può fornire una quantità enorme di spunti tipologici, formali, che lui ha tutti reinterpretati. Ha guardato poi in modo particolare Rosso e Pontormo perché erano pittori dei quali avvertiva la sostanza agitata tipica di un periodo di crisi, di transmutazione. Ha avvertito soprattutto in Pontormo il dramma interno dell´artista solitario, incompreso, omosessuale e in Rosso ha capito, non so pero´ fino a quale punto, il profondo divario fra le cose che dipingeva e quelle in cui credeva. Secondo me Rosso e´ un pittore blasfemo, un pittore non dico ateo, ma per lo meno molto scettico, che prende in giro anche le cose più sacre della pittura. Io [...] quella che fosse la religiosità di Pasolini non l´ho mai capita bene. Pasolini, a mio avviso, era profondamente cattolico, nel suo intimo; era formato dall´Italia cattolica, quindi aveva un forte senso del peccato, un forte senso della redenzione, un forte senso della liberazione dal peccato e dal senso di colpa. Questo secondo me era Pasolini. Io quando l´ho conosciuto, ho avuto l´impressione di una persona profondamente toccata dal senso di colpa, agitata, quasi tormentata, lacerata: ecco il vero termine che si addice a Pasolini, lacerata, una persona che voleva essere punita".
Roma, "stupenda e misera cittą"
Pasolini durante le riprese a Sana'a nello Yemen La denuncia subita per i fatti di Ramuscello provoca all´inizio del 1950 la fuga a Roma: "Fuggii con mia madre e una valigia e un po’ di gioie che risultarono false / su un treno lento come un merci / per la pianura friulana coperta da un leggero e duro strato di neve. / Andavamo verso Roma. / Avevamo dunque abbandonato mio padre / accanto a una stufetta di poveri / col suo vecchio pastrano militare / e le sue orrende furie di malato di cirrosi…".
I primi tempi a Roma sono tremendi: Pier Paolo vive con la madre in una borgata degradata, senza un lavoro, senza soldi, ignorato da tutti. Il padre, a Casarsa, è "sempre là, in attesa, solo nella povera cucinetta, coi gomiti sul tavolo e la faccia contro i pugni, immobile, cattivo, dolorante".
Nel 1950 Pasolini comincia a scrivere "Ragazzi di vita", prendendo spunto dalla cornice disordinata delle periferie romane, nelle quali comincia a vedere la stessa positiva ingenuità che aveva mitizzato in Friuli, quando viveva in campagna. Per conservare questa "innocenza", diceva Pasolini, le persone non dovrebbero studiare oltre la quarta elementare…
Ma sarà proprio la scuola, dove trova un impiego come insegnante, a permettergli di sopravvivere. Piuttosto di chiedere aiuto agli intellettuali che conosce, si adatta anche a fare il correttore di bozze e l´attore generico a Cinecittà. Vende i suoi libri sulle bancarelle di quartiere finché arriva il successo. Nel 1954, in concomitanza con la pubblicazione del suo primo importante volume di poesie, "La meglio gioventù", lascia le borgate per andare a vivere a Monteverde Vecchio, un quartiere piccolo-borghese. Nel ´55 esce da Garzanti "Ragazzi di vita", nel ´57 Pasolini scrive i dialoghi per il film di Fellini "Le notti di Cabiria", pubblica un´altra raccolta di poesie, "Le ceneri di Gramsci" e collabora a Bologna alla rivista "Officina". Nel ´58 l´editore Longanesi pubblica "L´usignolo della Chiesa cattolica" mentre nel 1960 esce da Garzanti la raccolta di saggi "Passione e ideologia" e nel ´61 un nuovo volume di versi, "La religione del mio tempo". Nello stesso anno Pasolini gira il suo primo lungometraggio, "Accattone", suscitando violente polemiche alla Mostra del cinema di Venezia, dove viene presentato. Nel ´63 per l´episodio "La ricotta" si prende una denuncia per il reato di vilipendio alla religione di Stato. Nel 1964 dirige "Il Vangelo secondo Matteo", cui seguono nel ´65 "Uccellacci e uccellini", nel ´67 "Edipo Re", nel ´68 "Teorema", nel ´69 "Porcile" e nel ´70 "Medea". Tra il 1970 e ´74 Pasolini gira la famosa "trilogia della vita" composta da "Decameron", "I racconti di Canterbury" e "Il fiore delle mille e una notte". Il suo ultimo film, concluso poco prima di morire, è il discusso "Salò o le 120 giornate di Sodoma".
L´influenza di Pasolini sulla vita culturale italiana di quegli anni è enorme. Nel ´73 dalle colonne del "Corriere della sera" lancia i suoi strali contro l´omologazione che sta devastando il Paese. Già negli anni della contestazione studentesca aveva suscitato scandalo la sua affermazione, da uomo di sinistra, sull´impossibilità della "rivoluzione" perché gli studenti sono antropologicamente dei borghesi e lui, dovendo scegliere tra studenti e poliziotti, stava dalla parte di questi ultimi, appartenenti al vero proletariato.
Pasolini si avvicina ai dolori del mondo viaggiando alla ricerca di set per i suoi film. Nel 1961 è in India, nel ´62 in Sudan e Kenia, nel ´63 ancora in Africa e in Giordania, nel ´66 a New York, nel ´68 di nuovo in India e nel ´70 ancora in Africa per girarvi il documentario "Appunti per un´Orestiade africana".
Sarà lui a far conoscere al mondo, girando nel 1971 il cortometraggio "Le mura di Sana’a", come appello all’Unesco, la bellezza della capitale dello Yemen, con i suoi grattacieli di fango, le torri da Mille e una notte e quindi il deserto. A Sana´a Pasolini creò alcuni dei suoi momenti cinematografici più alti, inseriti ne "Il fiore delle Mille e una notte".
La sua vita si conclude tra le borgate specchio della sua anima, in un campo vicino all´Idroscalo sul lungomare romano di Ostia, i capelli impastati di sangue, la faccia nera di lividi, braccia, mani e collo fratturati, e su tutto il corpo i segni dei pneumatici della macchina che l´ha schiacciato. A confessare il delitto è stato un "borgataro", un "ragazzo di vita", ma le circostanze e le cause dell´omicidio rimangono a trent´anni di distanza misteriose. Da più parti si ipotizza il concorso di altri nell´assassinio di Pasolini, un complotto, addirittura un omicidio "politico". Risvolti inquietanti sono emersi nel processo e rimane il mistero delle conseguenze che avrebbe avuto, per la politica italiana, la pubblicazione di "Petrolio", l´opera (uscita postuma) che avrebbe dovuto concludere - per ammissione dello stesso Pasolini - la sua carriera letteraria. "Petrolio" è il "preambolo di un testamento" dell’autore che vi profetizza la sua stessa fine, immaginandosi "morto ucciso a colpi di bastone, a Palermo". Capolavoro narrativo, che per la prima volta mette insieme saggistica e romanzo, "Petrolio" - nella sua struttura incompleta, fatta di interruzioni e ripetizioni - è un compendio dei temi pasoliniani, un racconto di corpi senza amore, di carnalità e sesso, e un´appassionata analisi politica. "Scritti corsari" è l´ultimo libro pubblicato da Pasolini: uscì in libreria subito dopo la sua morte.
L'aria barbaricamente azzurra di Bologna
Pasolini con Laura Betti e lo scrittore Goffredo Parise Bologna è stata molto importante per Pasolini, che ne era innamorato. La riteneva la città italiana più bella dopo Venezia: Bologna con il rosso dei palazzi e dei tetti, Bologna in "inverno col sole e la neve, l’aria barbaricamente azzurra sul cotto". Non a caso nel 2003 Laura Betti, attrice e cantante (morta nel 2004) che è stata la musa di Pasolini (oltre ad aver lavorato con i più grandi musicisti e registi di cinema e di teatro, da Visconti a Ronconi, da Fellini a Bertolucci, da Bellocchio ai fratelli Taviani), ha voluto trasferire da Roma a Bologna il Fondo Pier Paolo Pasolini, da lei costituito nel 1983 per conservare il materiale documentario dell´attività letteraria, artistica, cinematografica e civile di Pasolini. "I ragazzi ritornano a casa", disse nell´occasione del trasferimento Laura Betti, pure lei bolognese, nata a Casalecchio di Reno nel 1927.
"Pasolini - ha scritto Enzo Siciliano - ha vissuto la vita violenta di Roma, la vita pagana di Roma, contrapposta alla tranquillità di Bologna o alla santità del Friuli". Colpa di Bologna, che ci ha lasciato andare, ricorda Laura Betti: "Siamo nati a Bologna, Pier Paolo e io. Ma Bologna non ha figli. L´ho visto e toccato con mano, incredula e anche stupita (…). Perché una donna non può voler figli o liberarsene. Non una città. Una città che respinge i figli…".
Oggi la città cerca di recuperare il rapporto con il suo figlio perduto, che come i pittori del Rinascimento, i manieristi o Caravaggio, dalla Bassa Padana fuggì a Roma "per apprendervi i segreti di stile e segreti di vita, il senso stordente della realtà" - scrive Enzo Siciliano.
Nell’inverno di due anni fa l’Associazione "Fondo Pier Paolo Pasolini" di Roma ha appunto donato al Comune di Bologna il patrimonio di libri, riviste, carte, testi, fotografie, registrazioni magnetiche e digitali, che documentano dettagliatamente l’opera e l’attività di Pier Paolo Pasolini e l’intera bibliografia critica, saggistica e biografica, italiana e internazionale, che riguarda il complesso itinerario artistico del poeta.
Il Comune di Bologna e l’Associazione "Fondo Pier Paolo Pasolini" hanno quindi costituito, presso la Biblioteca della Cineteca del Comune di Bologna, il Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini, curato da Roberto Chiesi e Loris Lepri.
Davvero, Pier Paolo è tornato a casa, tra i suoi compagni di scuola, come il poeta Roberto Roversi e come Renzo Renzi, giornalista, regista e critico cinematografico che è stato tra i fondatori della Cineteca, recentemente scomparso. Eccolo lì, Pier Paolo, sotto i portici del liceo Galvani o dell´Università, con un libro sotto braccio, a inseguire i fantasmi dei pittori quattrocenteschi Masolino e Masaccio dopo una lezione di Roberto Longhi…


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