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Il personaggio del mese


IL PRIMO EMIGRANTE BOLOGNESE

Luigi Rossi racconta un personaggio di 2000 anni fa: un centurione romano nativo di "Bononia", di cui č stato rinvenuto il cippo funerario in Germania. E' l'oscuro protagonista di una storia corale, iniziata sulla riva sinistra del Reno all'epoca dell'incontro-scontro tra civiltą latina e mondo germanico.
Il cippo funerario di Marcus Caelius

I musei che espongono reperti e testimonianze della presenza romana nella Bassa Renania riservano talvolta delle sorprese. All’interno dello sterminato Museo Romano-Germanico di Colonia, come in quelli di Haltern, di Xanten o di Bonn, si ha la sensazione di muoversi nell’epoca in cui sulla riva destra del fiume Reno erano stanziate bellicose tribù germaniche; mentre sulla sinistra sorgevano città murate, bagni termali, si scambiavano merci e si fortificavano postazioni per l’alloggiamento di legionari, cavalieri e ausiliari.
Nel Rheinisches Landesmuseum di Bonn è conservato il cippo funerario del centurione bolognese Marcus Caelius, rinvenuto a Castra Vetera (oggi Xanten). Una copia dello stesso è esposta nella piazzetta su cui si affaccia l’antico duomo della cittadina renana. Marcus Caelius può quindi considerarsi il primo "emigrato" bolognese in Germania ufficialmente conosciuto.
La sua stele ci permette di rileggere avvenimenti che hanno origine dal lungo e cruento scontro- incontro tra l’universo romano e il mondo germanico. Oggetti e testimonianze incisi nella pietra ci parlano di una cultura che si dilatava sul mondo allora conosciuto. Legionari provenienti da Bologna come Marcus Caelius, da Milano come Petilius Secundus, dalla Gallia (il cavaliere Vellaunus), dall’attuale Croazia (il soldato Marcinus), dalle Asturie (Pintaius); artigiani, come ricorda la stele a memoria d’un anonimo pittore; liberti; schiave come Euthenia sulla cui lapide è riportato anche il nome dell’amato compagno Gemellus: sono tutti nomi e destini arrivati sino a noi, scritti su un cippo funerario, una pietra miliare, un altare, come quelli di imperatori e governatori che hanno avuto in mano le sorti della Bassa Renania: un territorio che, nel corso dei secoli, si sarebbe sempre più imposto come motore economico e culturale dell’Europa.

Particolare dell'area archeologica di Xanten
La disfatta di Varo.

La storia della Germania romana inizia con la conquista della Gallia. Fu Giulio Cesare a portare a conoscenza del mondo latino le diversità culturali di Celti (o Galli) e Germanici. Fu lui a capire che queste popolazioni potevano essere un rischio per l’espansionismo e la sicurezza romana, a causa delle loro tradizioni e della loro sete di libertà.
Terminata la conquista della Gallia, il fiume Reno divenne la naturale linea di confine e baluardo contro le tribù germaniche. Una catena di castelli difensivi e accampamenti militari fu tesa tra Magonza e Colonia. Cruenti scontri segnarono immediatamente il confronto tra latini e germani. Nel 12 a. C. Druso, figliastro di Augusto, ricacciò indietro i selvaggi Sugamber e si spinse fino alle isole della Frisia e al fiume Ems, penetrando in un territorio sino ad allora sconosciuto ai romani. Con la morte di Druso, secondo diversi storici, fallì il tentativo d’allargare e assicurare l’Impero contro le forze stanziate sui territori della riva destra del Reno. Sarà Tiberio, dopo la morte di Druso, a prendere il comando delle operazioni militari nelle Germanie. Velleius Paterculus ci ha lasciato una breve Historia Romana, redatta nel 29 d. C., in cui si sofferma in modo particolare sulla disfatta che Varo subì nel 9 d. C.
Quintilio Varo – racconta il nostro storico – era il rampollo d’una famiglia in vista, ma non nobile. Di temperamento tranquillo, ligio al diritto romano e - si legge tra le righe - forse persona non adatta alle campagne militari. Giunto nella più profonda Germania, più che comandante di un’armata, si vedeva come il rappresentante d’un diritto e di una cultura che dovevano imporsi a ogni costo su un popolo abituato a risolvere le proprie questioni grazie a usi e costumi antichissimi. Quintilio Varo comandava sei legioni, più di 36 mila soldati, la maggiore armata dell’Impero. Cercò di trapiantare in Germania l’esperienza accumulata in Siria, imponendo il diritto romano ed esigendo l’applicazione delle leggi tributarie. Non sapeva che la riscossione delle imposte tra le tribù germaniche era un fatto sconosciuto, considerato un tributo umiliante, un’ingiustizia, una rapina. Di qui la rivolta delle popolazioni germaniche sotto la guida di Arminius (o Hermann, alla germanica). La campagna di Varo contro i ribelli germanici terminò nei boschi e nelle paludi ai piedi del Kalkrieser. I guerrieri germanici, guidati da Arminius, riportarono nel 9 d.C. una vittoria leggendaria. Furono tre le legioni e le truppe ausiliarie distrutte nella foresta del Teutoburgo. Varo, come già il padre e il nonno, preferì togliersi la vita e la sua testa fu inviata all’imperatore. C’è chi afferma che in quel massacro durato tre giorni abbiano perso la vita circa 20 mila soldati romani. Scolpito nella pietra l’incontro-scontro tra due civiltà.

Tra i caduti vi era anche il centurione bolognese Marcus Caelius, di 53 anni e mezzo. Una vita trascorsa nell’esercito, sui diversi fronti dell’espansionismo romano. Una carriera di successi, scolpita nella pietra del cippo funerario che ne tramanda la memoria. Velleius Paterculus non riporta con precisione la località della disfatta di Varo. Tacito racconta che Germanico, figlio di Druso, nel 15 d. C. aveva ritrovato il luogo del massacro. Durante il sopralluogo diede ordine di seppellire i resti insepolti. Fu in quell’occasione, forse, che i resti mortali del centurione bolognese ripresero la via per Xanten, per essere pietosamente tumulati in terra non barbara. Grazie a un passaggio degli Annales possiamo seguire, almeno in parte, il percorso compiuto dalle 40 coorti che, muovendo sicuramente da Xanten, penetrarono nel territorio dei Brukterer, nell’area compresa tra i fiumi Ems e Lippe. La spedizione giunse non molto lontano dalla foresta del Teutoburgo, come dimostra il ritrovamento, ai piedi del Kalkrieser, di armi, monete e resti di armature. Tacito scrisse: "Arminius fu indiscutibilmente il liberatore e trascinatore della Germania". Heinrich Heine, il grande poeta romantico (1797–1856) stese questi versi:" Hermann vinse la battaglia, / i Romani vennero scacciati, / Varo fu sconfitto con le sue legioni, / e noi siamo rimasti tedeschi…" , riconoscendo, in quel lontano fatto d’armi, la nascita di un popolo.

Un valoroso bolognese

Il cippo funerario del centurione Marcus Caelius rinvenuto a Xanten (provincia di Wesel) ha un’altezza di 1,37 m e una larghezza di 1,08 m. I romani seppellivano i loro morti lungo le vie che portavano agli accampamenti e alle città. Nell’area della Bassa Renania, tra Bonna (Bonn) e Colonia Claudia Ara Agrippinensium (Colonia), tra Durnomagus e Novaesium (Neuss), tra Asciburgium (Duisburg) e Ulpia Noviomagus Batavodurum (Nimega) sono stati rinvenuti diversi cippi che recano l’immagine scolpita del defunto, con informazioni utili sulla presenza romana in questa regione.
La storia scritta sulla pietra: spazio e tempo imprigionati dallo scalpello e dall’abilità di un artigiano. La cultura della morte comprendeva le offerte per il viaggio e la sopravvivenza nell’aldilà del defunto. Cibo e bevande, gioielli e l’occorrente per la toeletta, utensili, monete o, in molti casi, oggetti per il gioco, venivano sepolti con il cadavere. Il valore e il numero delle offerte dipendevano dalla ricchezza e posizione sociale del defunto. Per i militari, grado e unità, come il numero degli anni di servizio, hanno offerto elementi importantissimi per le ricerche storiche e la comprensione dell’epoca in cui la romanità si radicò in questo territorio. I cippi funerari romani avevano le scritte colorate di rosso e i monumenti erano spesso decorati con vivaci colori. Marcus Caelius è ritratto, nel cippo funebre, nel fulgore della sua gloria e dei suoi onori militari. Ci appare in tutto il suo rango, protetto dall’armatura. Una corona di foglie di quercia ne orna il capo. Diverse falere (medaglioni d’oro assegnati come premio ai soldati di Roma, da appendere al petto) e torque sulle spalle. A destra e sinistra di Marcus Caelius risaltano i ritratti dei liberti Privatus e Thiaminus. Il cippo funerario di Caelius è probabilmente l’unica testimonianza archeologica che ci collega direttamente con lo scontro nella foresta del Teutoburgo. È, perciò, un documento di grande importanza.

Questo il testo rilevabile dal cippo: "M(arco) CAELIO T(iti) F(ilio) LEM(onia tribu) BON(onia) / (I) O(ordini) LEG(ionis) XIIX ANN(orum) LIII S(emissis) / (oc)CIDIT BELLO VARIANO OSSA / (libertorum? i)NFERRE LICEBIT P(ublius) CAELIUS T(iti) F(iulius) / LEM(onia tribu) FRATER FECIT".
"A Marcus Caelius, figlio di Titus, da Lemonia di Bologna; centurione di primo grado della diciottesima legione; di 53 anni e mezzo. Morì nella guerra di Varo. I suoi resti sono qui sepolti. Il fratello Publius Caelius, figlio di Titus, da Lemonia, ha eretto il cippo"

Legionario romano
Questa che abbiamo raccontato è una storia corale, alla quale partecipano personaggi e culture diverse. Una storia iniziata sulla riva sinistra del Reno, il padre dei fiumi. Anche Bologna è bagnata da un fiume: è un piccolo fiume, oggi quasi completamente nascosto alla vista, e si chiama allo stesso modo: Reno. E’ stato interrato negli anni ’50-’60, togliendo a Bologna la sua affascinante dimensione fluviale. Da Reno a Reno: così si potrebbe riassumere la vita di Marcus Caelius, bononiensis, e in quanto tale iscritto alla tribù Lemonia, uno dei collegi elettorali (tribus aveva appunto questo significato) nelle campagne tra Bologna e Modena.


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Luigi Rossi vive a Bochum dal 1978. Insegna italiano e arte presso la Gesamtschule F. Steinhoff di Hagen dal 1984. Prima era stato lettore d’italiano presso l’Istituto di Filologia romanza dell’Università di Bochum. Si occupa di ricerca storica sulla presenza italiana nell’area di lingua e cultura tedesca, e ha all’attivo numerose pubblicazioni, collaborazioni a siti internet e alla radio pubblica tedesca WDR.
 


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