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Il personaggio del mese


GIULIO CESARE CROCE

L'arguto bolognese
Un'antica incisione di Bertoldo Dedichiamo, cari lettori, il nostro Personaggio del Mese non a un emiliano-romagnolo che si è distinto all’estero, anche solo per le sue avventurose vicende personali, ma a un autore – “letterato” forse è troppo – di cui ricorre in questi giorni il quarto centenario della morte. Lo facciamo perché questo poeta-giullare, cantastorie naturalmente girovago, «cantando all´improvviso, suonando e cianciando» alle tavole dei gentiluomini, nelle ville e nei palazzi bolognesi, ferraresi, mantovani e veneziani, tra i tanti personaggi portati nelle case e nelle piazze, ne ha creato uno in cui talvolta ci riconosciamo o per il quale facciamo il tifo. Chi non conosce Bertoldo? Bertoldo non è solo la maschera tipica del carnevale di San Giovanni in Persicelo, luogo natale del nostro personaggio, ma soprattutto l’icona del “mondo basso”, rozzo e popolaresco, e del suo rapporto conflittuale con i potenti che lo sfruttano.
Stiamo parlando di Giulio Cesare Croce, nato a San Giovanni in Persiceto nel 1550 e morto a Bologna il 17 gennaio 1609. Figlio di fabbri ferrai, perse il padre a sette anni. Fu mandato allora a Castelfranco Emilia presso uno zio, pure lui fabbro, che cercò di dargli un’istruzione affidandolo a un “valentissimo pedante”, il quale, anziché Dante e Virgilio, gli insegnò a forza di strigliate, rimproveri e botte che non c’era modo, per un figlio del popolo, di elevarsi culturalmente. Lo zio ne ricavò la seguente verità: “Noi non siam nati per essere dottori”.
Tra il 1565 e il ’68 Giulio Cesare Croce visse a Medicina, dove si era trasferito con lo zio nella proprietà di una ricca famiglia bolognese, i Fantuzzi, che nei loro ozi estivi si divertivano alle improvvisazioni del giovane poeta contadino. Arrivato a Bologna nel 1568, il Croce visse con il suo lavoro di fabbro e, contemporaneamente, sviluppando la sua vena di poeta e cantastorie popolaresco. Ebbe due mogli e quattordici figli. Croce alternò il mestiere di fabbro a quello di cantastorie fino al 1575 quando lasciò gradualmente la professione di famiglia per dedicarsi alla scrittura. Come cantastorie girovagò per corti, fiere, mercati e case patrizie, accompagnandosi con una sorta di elementare violino e stampando in piccoli opuscoli le sue composizioni che vendeva di persona: satire, lamenti, narrazioni lacrimose, cicalate, lavori teatrali e un poema, “La Topeide”. Ottenne un grande successo popolare che tuttavia non gli permise di risolvere i suoi problemi economici. La storia della letteratura e la tradizione gli attribuiscono più di quattrocento opere, alcune delle quali ancora inedite, altre pubblicate in modesti opuscoli a basso costo. Scritti in italiano o in bolognese, questi opuscoli contengono argute descrizioni del mondo dei poveri, burle, vicende stralunate, facezie, proverbi, narrazioni di feste e calamità pubbliche. Le sue qualità migliori furono il dialogo schietto, volgare, le battute plebee, e soprattutto la capacità di non piegarsi mai ai ricchi e ai potenti. Come ricordava lo storico Piero Camporesi, il Croce per l’"attento al pubblico felsineo scriveva in ‘lingua bolognese’ o in ‘lingua nostrana’, per i suoi clienti preparava canzonette e ballate in ‘lingua rustica di montagna’ o in ‘lingua rustica bolognese’ quando i lettori-ascoltatori non erano proprio di montagna ma di media collina”.

 


Le astuzie di Bertoldo
Un'opera di Croce A quattro secoli esatti dalla morte sono iniziate le celebrazioni di Giulio Cesare Croce, con una serie di eventi che proseguiranno per tutto il 2009. Sabato 17 gennaio, alla Biblioteca dell’Archiginnasio a Bologna è stato presentato il volume “Giulio Cesare dalla Croce l’arguto bolognese” di Elisabetta Lodoli con i disegni di Federico Maggioni. Nel volume è lo stesso Croce, in un gelido giorno d’inverno del 1608, a scandire come un banditore le tappe della sua prolifica e versatile vita d’artista, tra ricordi, visioni e fantasticherie. Convegni e spettacoli lo ricordano anche a San Giovanni in Persicelo, dove Giulio Cesare Croce nacque “in dì di carnevale”, come ebbe a scrivere lui stesso.
Tra i suoi lavori migliori, quelli meno guastati dalla fretta, ci sono alcune commedie come “Il tesoro”, “Sandrone astuto”, “La Farinella”. Dal Sandrone di Croce è stata ricavata la maschera del contadino rozzo, diventata uno dei burattini bolognesi più popolari, protagonista del teatro dialettale. Ancora oggi di una persona poco fine si dice che è un “Sandrone”.Il dialogo del “Banchetto de´ malcibati” (1591) è una bizzarra rappresentazione della grande fama patita dal popolo nella carestia del 1590. Dedicate alla veneziana Berenice Gozzadina Gozadini sono “Le ventisette mascherate piacevolissime” (1603) stampate dal tipografo veneziano Nicolò Polo.
Ma sicuramente le opere che gli hanno dato fama sono “Le sottilissime astuzie di Bertoldo” del 1606, il cui lungo sottotitolo è “Dove si scorge un Villano accorto e sagace il quale | dopo vari e strani accidenti a lui intervenuti, | alla fine per il suo ingegno raro e acuto | vien fatto huomo di Corte e Regio | Consigliero. Opera nuova e di gratissimo gusto”. E “Le piacevoli e ridicolose simplicità di Bertoldino, figlio del già astuto Bertoldo” (1608). Si tratta di libere rielaborazioni di un’antica storia, che nelle edizioni moderne hanno preso il titolo di "Bertoldo e Bertoldino". In tempi successivi un abate vi ha aggiunto una "Novella di Cacasenno figlio del semplice Bertoldino" sulle vicende del figlio di Bertoldino, per cui i tre testi furono pubblicati assieme nel 1620 con   il titolo tradizionale di "Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno".
Il Bertoldo del primo racconto è un brutto, anzi bruttissimo ma saggio contadino alla corte longobarda di Alboino, che nel film “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno” di Mario Monicelli (1984) aveva la faccia dello straordinario Ugo Tognazzi (Maurizio Nichetti era Bertoldino). Benvoluto dal re per la prontezza e l´arguzia delle sue risposte, Bertoldo non incanta però la regina, che lo odia per la sua franchezza e spinge re Alboino a condannarlo all´impiccagione. Ma Bertoldo, che ha ottenuto dal re almeno la grazia di scegliersi da solo l´albero adatto, non trova nulla che gli convenga. Alboino lo richiama a corte, ma Bertoldo muore poco dopo a causa del cibo troppo delicato.
Nel secondo racconto sono la saggia Marcolfa, moglie di Bertoldo, e il figlio Bertoldino, sempliciotto quanto il padre era acuto, ad essere chiamati a corte. Marcolfa spara sentenze, anche se a far divertire i cortigiani sono le innocue sciocchezze di Bertoldino. Alla fine Marcolfa chiede al re il permesso di tornare nella sua capanna, non potendo sopportare l´artificiosità della vita di corte. Sporchi e brutti si nasce, insomma…



Clown, patàca o Forrest Gump?
Annibale Carracci, Il mangiatore di fagioli

Secondo gli studiosi, la tecnica compositiva del "Bertoldo" rimanda a quella dei “cantimbanchi” che raccontavano le loro storie raffigurate in cartelloni o stendardi, abbreviate in quadri e episodi disposti a scala. Il pubblico si divertiva a vedere e ascoltare dalla voce recitante le strampalate
situazioniin cui si cacciavano questi personaggi svagati e balordi, provvisti però di un´astuzia contadinesca e di un buonsenso ruspante che loro conoscevano bene e che permettevano al popolo di cavarsela nei confronti dei potenti che lo angariavano. Questo “sapere” della sopravvivenza si tramandava da una generazione all’altra. Il ritmo farsesco, con il susseguirsi di rapide battute e esilaranti sketch, alternati a proverbi, aforismi, ´detti´, stoccate verbali tra duellanti, metteva in gioco le capacità teatrali o, ancor meglio, da imbonitore, dell’attore.  
In questo mondo popolaresco di cantastorie e vagabondi, commedianti dell’arte e saltimbanchi che anticipano i clown di Fellini, burattinai e imbonitori, “sandroni” e furbi contadini, Giulio Cesare Croce e il suo Bertoldo non sono forse niente di più e niente di meno che dei “patàca qualsiasi”, come dice in romagnolo l’attore Ivano Marescotti nella sua lettura interpretativa del personaggio. Un “patàca” che rompe la seriosità conformistica e paludata, spezza le convenzioni sociali, è anarchico e ribelle nella sua innocente stupidità, che in fondo è un’arma di difesa: la più potente delle armi, come dimostra Forrest Gump. L’arma che fa fesso il potere. La famosa “risata che vi seppellirà”.

 



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