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DIEGO MARANI, LA PASSIONE DELLE LINGUE

Un fine letterato alla ricerca del linguaggio universale
La copertina di "Out del window, under eine unhabitual sun splendente, la city suffoqued van calor". Proviamo a tradurre: "Fuori della finestra, sotto un insolito sole splendente, la città soffocava dal calore". E ancora: "Keine rose zonder spine". Facile: "Non c’è rosa senza spine". E "Toda la veritheit over de morte van Diana"? Facilissimo: "Tutta la verità sulla morte di Diana". Ma che lingua è? E’ l’europanto, l’unica lingua al mondo che si impara senza studiarla. Non è solo una parodia dell’esperanto, un esperimento sostanzialmente fallito. E’ una sorta di lingua franca, come il "sabir" inventato dai marinai europei, arabi e turchi nel Medioevo per capirsi nei porti e sulle navi, o il "pidgins" che parlavano i marinai inglesi nel Pacifico. L’ha inventata un ferrarese di Tresigallo, Diego Marani, che lavora a Bruxelles come traduttore presso il Consiglio dei ministri dell’Unione Europea.
L’europanto - racconta Marani - nasce "per scherzo, per ridere" negli uffici di Bruxelles dove i traduttori ogni tanto cercano un quarto d’ora di diversivo tra un rompicapo linguistico e l’altro. Marani, che per i giochi di parole ha una smodata passione, si inventa questa nuova lingua che innesta sul basic english i termini delle altre lingue europee più conosciute, così che una persona di media cultura riesce in qualche modo a cavarsela. "Om europanto te speakare, tu basta mixare alles wat tu know in extranges linguas. Wat tu know nicht, keine worry, tu invente". Semplice, no?
Scoperto da un giornalista di Le Soir illustré, Marani è invitato a tenervi una rubrica settimanale. Escono i primi articoli e l’europanto diventa famoso in tutto il mondo, tanto che l’edizione web del New York Times gli dedica la copertina. In Francia Marani ha pubblicato in europanto la raccolta di racconti "Las adventures des inspector Cabillot". Chi è l´inspector Cabillot? Un "autentiquo europeano polizero qui fighte contra el mal por eine Europa van pax und prosperity donde se speake eine sola lingua"!el 2000 è uscito per Bompiani il suo primo romanzo (in italiano) "Nuova grammatica finlandese" che ha vinto il Premio Grinzane Cavour. Poi ha pubblicato, sempre per Bompiani, "L’ultimo dei Vostiachi" e, nel 2003, "A Trieste con Svevo". Oggi che è di nuovo in libreria con "L’interprete", è considerato uno degli scrittori più interessanti in lingua italiana. 
Tresigallo, il suo paese natale dove ogni tanto ritorna per far visita ai genitori, è un posto assurdo, reso metafisico dalla riprogettazione a tavolino fatta dagli urbanisti del fascismo negli anni ’30. Ma come ogni luogo d’Europa, poggia su un tessuto linguistico fatto di suoni e significati pregni di senso. Un esempio? Parlando con un giornalista in una calda giornata d’estate, Marani riassumeva quel clima con il termine ferrarese "stofagh". "Tra un po’ - diceva - quando questa parola non ci sarà più, dovremo arrangiarci dicendo che c’è un’afa terribile, un’afa pesante, ma non riusciremo più a dare il senso di quel particolare clima". Ogni lingua, secondo Marani, ha una faccia: "Parlando il finlandese si muovono muscoli diversi da quelli che si muovono parlando italiano. Perciò un finlandese ha la faccia da finlandese". La lingua, insomma, "sta nella pancia di ognuno di noi. Si può cambiare tutto, anche la religione, ma la lingua mai".
Alla Finlandia, non a caso, ha dedicato il suo primo libro, "Nuova grammatica finlandese". In un’intervista Marani ha spiegato che la storia del romanzo nasce da una sua "peregrinazione permanente alla ricerca di una lingua, di una cultura, di una identità a cui appartenere". In un’altra occasione ha detto: "La lingua per me è una maledizione. (…) Lavorando per l’Europa ho dovuto studiare il finlandese e ho scoperto che in questa lingua il nominativo e l’accusativo sono la stessa cosa. Perché il finlandese non ha un verbo attivo chiaro. Nel loro mondo dominato dalla natura non si sentono soggetti di qualcosa. E’ una visione del mondo completamente diversa".
La lingua fa da sfondo a tutte le vicende narrate da Diego Marani nei suoi romanzi. Nell’ultimo lavoro, "L’interprete", il protagonista è sulle tracce della lingua perfetta, comune a tutti gli esseri viventi. Ne "L’ultimo dei Vostiachi", c’è un ragazzo che parla un misterioso linguaggio, che si scopre poi essere la più antica parlata protouralica. Solo in "A Trieste con Svevo" l’autore si abbandona a un vagabondaggio intellettuale, un pedinamento del grande scrittore e dei suoi personaggi lungo le strade di Trieste, città per la quale Marani mostra una predilezione particolare, al pari di Helsinki, naturalmente.
"La lingua non segue la grammatica, ma la comunicazione, l’unico obiettivo lecito". E per comunicare, Marani non esita a cantare a un giornalista "Romagna mia" in europanto.


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