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ZAVATTINI, SI SCOPRONO LE CARTE

Cesare Zavattini non fu solo uomo di cinema ma intellettuale a tutto campo, precursore di forme d’arte interdisciplinari e multimediali che solo oggi, nel tempo di Internet, č possibile cogliere nella loro piena applicazione.
Due preti in barca, 1943, olio su cartoncino, cm. 12,5x11 La multiforme attività intellettuale di Cesare Zavattini sta emergendo con sempre maggiore intensità dalle carte del suo ricchissimo archivio, depositato dagli eredi presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Per non disperdere queste preziose testimonianze e, anzi, per riordinare i documenti lasciati dal grande artista emiliano, anche in vista della loro pubblicazione nelle collane editoriali degli Archivi di Stato, il Ministero per le attività culturali ha stipulato una convenzione con la Biblioteca Panizzi.
E se la valorizzazione dell’archivio si arricchirà entro breve di un nuovo Centro Multimediale "Cesare Zavattini", altre sorprese vengono dall’inventario di un primo lotto di carte. Si tratta delle lettere, dei manifesti, dei cataloghi, degli scritti sparsi e di tutto quanto rientra nella sezione pittorica di questo ricchissimo "archivio di persona": materiali cartacei di grande spessore artistico che illustrano un’attività non molto conosciuta dal grande pubblico. Di Zavattini, infatti, è nota soprattutto l’opera letteraria e quella cinematografica, divulgata in Europa e in America Latina specialmente negli anni Cinquanta e Sessanta. Za – come si faceva familiarmente chiamare –, aveva iniziato a dipingere occasionalmente nel 1938, da autodidatta e in sordina. Nel 1943 a Venezia aveva vinto il primo premio della Galleria del Cavallino "Scrittori che dipingono", prevalendo su Montale, Ungaretti, Moravia, Gatto e Buzzati, e avviando così una lunga stagione espositiva contrassegnata da numerose mostre in Italia e all´estero. Zavattini si dedicò anche al collezionismo.
Storica ed originalissima fu la raccolta "8x10" quadretti di dimensioni limitate che Za, fin dagli Quaranta, iniziò a richiedere a pittori affermati ma anche ad artisti che non si misuravano normalmente con la tavolozza (romanzieri, poeti, ecc.). I suoi "quadri minimi" arrivarono a più di 1500 pezzi. In tal modo la collezione giunse a comprendere una gran parte degli artisti italiani del Novecento.
Un gioioso rapporto con la pittura
Al cinema, 1943-46, Musei Civici di Reggio Emilia Ma al di là del collezionismo, nel suo specifico impegno pittorico Zavattini trovò una diversa modalità di espressione del proprio spirito artistico: la capacità di guardare al mondo con occhi nuovi e avidi di scoperte. Tratti tipici della sua arte furono, infatti, la spontaneità e l’attenzione al lato ludico dell’esistenza, che gli consentivano di cogliere – come nelle opere letterarie e cinematografiche – gli aspetti curiosi della vita. I suoi quadri, d´altra parte, erano in perfetta sintonia con l´intera fisionomia di uomo di cinema, di narratore, di soggettista. Al centro del suo percorso pittorico ci sono gli autoritratti, le facce a ovale, il tema del confessionale e dei preti, i cosiddetti "funeralini".
Lungo e proficuo fu dunque il suo rapporto con la pittura, tanto che i Musei Civici di Reggio Emilia, in anni recenti, hanno acquisito una collezione composta di circa 120 quadri che illustrano compiutamente il suo percorso artistico. La sezione dell’archivio relativa alla pittura si compone così di materiali dedicati alle mostre ed alla sua attività in questo campo; di altri documenti raccolti in contenitori denominati "8x10", quelli della già ricordata collezione di quadri minimi; di altri ancora che riguardano la promozione di collezioni d’opere d’arte; e, infine, di carte manoscritte e a stampa relative al Premio Nazionale Arti Naïves di Luzzara, da lui ideato nel 1967.
Cesare Zavattini, nato a Luzzara (Reggio Emilia) nel 1902 e morto a Roma nel 1989, si affermò all’inizio come giornalista e scrittore dalla vena surreale e grottesca, debuttando nel cinema nel 1935 come sceneggiatore di "Darò un milione" di Camerini, cui seguì "Quattro passi fra le nuvole" di Blasetti (1942).
La collaborazione con De Sica, avviata nel 1943, lo portò a sceneggiare i più grandi capolavori del neorealismo, da "Sciuscià" (1946) a "Ladri di biciclette" (1948), da "Umberto D" (1952) a "Matrimonio all’italiana" (1964), da "Miracolo a Milano" (1951) a "La ciociara" (1960). Ha collaborato anche con Visconti ("Bellissima", 1951) e Lattuada ("Il cappotto", 1952).
Tra i suoi libri ricordiamo: "Parliamo tanto di me", 1931; "I poveri sono matti", 1937; "Io sono il diavolo", 1941; "Totò il buono", 1943; "Ipocrita", 1943, 1955; "Straparole", 1967. Nel 1955 pubblicò "Un paese", volume fotografico su Luzzara vista attraverso le immagini del fotografo americano Paul Strand, a cui seguì nel 1976 "Un paese vent’anni dopo" con le fotografie di Gianni Berengo Gardin.


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