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MAURIZIO BOTTARELLI, OVVERO L'ARTE DEL PAESAGGIO

Nei suoi quadri entrano le emozioni e i colori del continente australiano. Il bush, l'enorme prateria stepposa dove solitari si elevano acacie e alberi bottiglia. La montagna dell'Ayers Rock- Uluru in lingua aborigena - isolata in mezzo al nulla della steppa e dei rovi spinosi. I radi cespugli, gli arbusti, la rossa terra desertica. Tutto questo non si traduce in "figure" ma in segni, materia, linee, macchie di colore: nei colori della ruggine che hanno reso celebre Maurizio Bottarelli, uno dei pił quotati pittori bolognesi contemporanei (bolognese d'adozione, in realtą nato a Fidenza, in provincia di Parma, nel 1943). Suoi emblemi, del periodo australiano, sono i bellissimi alberi della ruggine, con quel colore immaginato nelle luci e nelle ombre di paesaggi rossi e ocra, e poi ricreato in studio e fatto materia con l'aggiunta di segatura e chiodi, e un lavoro di spatole, stracci e grumi. Un magma poetico, naturalistico ed emozionante, che guarda a Rothko e ai romantici, e cerca con maniacalitą l'orizzonte. Anche ora che un viaggio in Tasmania ha cambiato l'orizzonte, rovesciato le prospettive e generato quadretti piccoli rispetto alle solite grandi tele, poche e quasi rarefatte pennellate che catturano il bianco di spiagge remote. Abbiamo intervistato Bottarelli nel suo studio, un loft nella prima periferia bolognese.
Bottarelli, Australian landscape. Maurizio Bottarelli: il paesaggio che si fa pittura. Ci descrive il suo mondo poetico?

All’inizio, da studente dell’Accademia, lavoravo con la modella, il nudo, il figurativo. Poi per parecchi anni mi sono identificato con un’idea di astrazione e i miei pittori preferiti erano Rothko e gli artisti informali. Negli anni Settanta ho cominciato a interessarmi al rapporto tra astrazione e paesaggio. Il paesaggio implica libertà e apertura nei confronti della rappresentazione, mentre l’astrazione si carica di significati legati alla memoria, al romanticismo che diventa nostalgia.

Prima la Scozia, poi l’Australia e ora la Tasmania: tre luoghi molto amati, colori e suggestioni diverse. E’ così?

Mi affascina, anche per l’amore che nutro nei confronti della musica romantica, l’idea di tenere un taccuino di viaggio del mio percorso. Ho avuto l’occasione di fare dei viaggi in Scozia, dove ho degli amici compositori di musica contemporanea ai quali mi accomuna l’interesse per la rappresentazione che la musica fa del paesaggio: sempre astratta, essendo la musica il massimo dell’astrazione. Da questi rapporti anche personali è nata l’idea di portare avanti un réportage che può partire dalla musica di Liszt, da una certa dimensione romantica. Poi mi è successo di essere invitato dalla Monash University di Melbourne ed è così che ho conosciuto l’Australia. In seguito ho avuto contatti con la Tasmania e il prossimo anno sarò in Nuova Zelanda su invito dell’Università di Wellington. Mi piace avere memoria di tutto questo percorso perché il cambiamento del paesaggio implica il cambiamento dei toni della tavolozza, dei colori, addirittura delle dimensioni della tela.

Con l’Australia è stato amore a prima vista?

Sì, Uluru, il gigantesco monolito al centro dell’Australia, mi ha impressionato subito, come il deserto. E ne sono venuti fuori i quadri rossi, ocra, arancio, marrone del bush. Invece i paesaggi della Tasmania mi sono ‘arrivati’ in seconda battuta. All’inizio ero deluso. Poi ha vinto l’orizzonte e sono saltati fuori dei lavori quasi figurativi, piccole tavolette bianche e blu, i colori della Tasmania: le spiagge completamente bianche e gli orizzonti azzurri.

 

Bottarelli, Paesaggio notturno. Quali sono i pittori del passato che ama di più, oltre a Rothko?

Turner rimane sempre un punto fermo per chi ha questa visione un po’ stravolta del paesaggio. Mi hanno influenzato anche l’idea maniacale e sublime di Friedrich e, avendo trascorso la giovinezza a Bologna, la lettura che lo storico e critico d’arte Francesco Arcangeli ha fatto della rivoluzione romantica. Inoltre, i grandi paesaggisti olandesi e nordici, i quali convivono con un tipo di paesaggio che è preludio alla tensione drammatica di Strindberg e Bergman.

Bologna e l’arte: come vede la situazione in città oggi?

E’ una domanda imbarazzante, che implica da parte mia un atteggiamento un po’ polemico. Bologna è una città impietosa con gli artisti bolognesi. Dopo la scomparsa di Francesco Arcangeli, che ha molto difeso il territorio, mi sembra che il mondo culturale bolognese sia disattento nei confronti delle arti visive: per paura di sembrare provinciali, si cerca sempre l’artista che viene da fuori – ma questo mi sembra il massimo del provincialismo. E poi c’è un cambiamento generale e generazionale: il mondo dell’arte è sempre più fatto di spettacolo, mondanità, moda e l’artista che non segue le regole del gioco viene messo in disparte.

 


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