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Intervista
QUALE "REGIONE" HANNO IN MENTE I GIOVANI EMILIANO-ROMAGNOLI ALL’ESTERO?
Jonathan Sisco è nato a Castelnuovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, nel 1971, ma da molti anni vive a Modena. Laureato in Lettere collabora con il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna occupandosi di letteratura del Novecento. Ha scritto saggi e articoli su Ungaretti, Sereni, Delfini, D’Arzo e la storia della poesia contemporanea. Nel luglio scorso ha partecipato come relatore alla Conferenza dei Giovani emiliano-romagnoli nel mondo svoltasi a Montevideo, in Uruguay. Gli abbiamo chiesto di parlarci di questa esperienza.
Jonathan, sei stato a Montevideo, in Uruguay, per partecipare alla Conferenza dei Giovani emiliano-romagnoli nel mondo. Tu hai coordinato il gruppo di lavoro sulla cultura. Che idea ti sei fatto dei ragazzi che hai avuto modo di conoscere in quell’occasione? Quale rapporto lega questi giovani alle loro origini?
Forse dico una cosa troppo banale, ma quello che mi ha colpito di più è stato vedere in loro una curiosità doppia, quasi un ondeggiare istintivo dell’interesse fra la ricerca di una cultura della memoria, quella dei loro padri e dei loro nonni, e la voglia di colmare una distanza (che forse è più breve di quanto non sembri) rispetto all’Italia e all’Emilia Romagna del nostro presente. È un caso notevole, penso, che questo senso di apertura sia venuto fuori con energia spontanea proprio durante i lavori del gruppo sulla cultura, cioè quando i partecipanti, provenienti da quasi tutti gli stati delle Americhe e dall’Australia, erano chiamati a sottoporre i loro progetti alla Consulta, e dunque a formulare richieste il più possibile concrete e pragmatiche sulla formazione universitaria, lo scambio, l’ospitalità, il coordinamento delle associazioni e la loro integrazione nel tessuto sociale dei paesi ospiti. Di fatto, però, succedeva sempre che per introdurre le loro idee i ragazzi si mettevano a raccontare le loro storie personali, il loro destino di emiliano-romagnoli cresciuti all’estero da due o tre generazioni, cercando ogni volta di spiegare cosa significa sentirsi parte di due mondi, essere dotati di una fedeltà "bilocata ed extraterritoriale", fra il senso di una patria perduta e quello di un mondo nuovo da raggiungere, come direbbe Seams Heaney, il poeta contemporaneo forse più attento al senso del luogo inteso come labirinto geografico dell’esperienza.
Puoi fare un esempio più concreto?
Mi viene in mente una ragazza sudamericana, Carla se non sbaglio, molto sensibile alla storia della sue radici paterne, che parlando del problema senza dubbio più sentito da tutti – anche se con disparità evidenti fra America del sud e del nord – cioè l’apprendimento dell’italiano, si è messa a raccontare di un suo periodo di studio in Romagna. Venuta a Rimini per imparare l’italiano, diceva di essersi trovata inaspettatamente un po’ disorientata dal paesaggio e dalla natura, dai luoghi urbani e dai resti, per lei enigmatici, della storia antica. Aveva l’impressione di essere altrove rispetto ai racconti tramandati dai parenti. Nella Rimini di fine secolo non ritrovava quella che uno scrittore in esilio ha chiamato "l’aria di famiglia" dei luoghi e della storia. E in fondo noi capiamo bene le sue ragioni. Il litorale romagnolo è alla lettera un altro ambiente, un altro ecosistema, un’altra metropoli rispetto al mondo di inizio Novecento. Per questo, diceva, anche se nella lingua le sembrava di trovare qualcosa di solido, uno spazio che faceva subito comunità, questo non le sembrava da solo un medium sufficiente per farsi strada in un territorio di cui aveva sempre solo sentito parlare. Ciò mostra anche quanto il ruolo e la preparazione degli insegnanti di lingua italiana sia delicato e strategico, perché in casi come questi insegnare l’italiano significa alla lettera aprire la custodia di una lingua madre, e quindi anche di una dimensione della memoria. Il passato è una terra in cui le cose si svolgono in modo diverso da come noi le conosciamo.
Ma non sarebbe facile, anche solo con Internet e con gli strumenti già disponibili, sapere quello che basta per entrare in contatto diretto con la regione di oggi?
Questo è vero, ma non bisogna mai confondere uno scambio di informazioni o di immagini con l’esperienza e la ricerca di quello che chiamiamo cultura, anche se poi non riusciamo mai a definirne bene i limiti del fenomeno. Io sono fra quelli che considerano la cultura un virus, cioè qualcosa di prevedibile solo in parte e che si accresce davvero solo a patto che si dia un contatto umano, quella che i sociologi del dialogo interculturale hanno definito una "danza sociale", una relazione alla pari e in presenza. È ovvio dunque che si devono accettare i paradossi del caso. A Montevideo, per fare un altro esempio, lo scambio forse più profondo che credo di aver messo in atto è stato con un ragazzo venezuelano di famiglia bolognese, Giancarlo, che parlava poco e male l’italiano ma con cui abbiamo scoperto di condividere un passato di passioni musicali fra il jazz e il rock. Chiacchierando di Paul Red Smith, Gibson e Fender (le nostre chitarre) è venuto fuori che avevamo tutt’e due il pallino dei Pink Floyd e siamo andati avanti un bel po’ a discutere di certi "assoli", a scambiarci trucchi e pareri. Giancarlo è rimasto stupito quando ha scoperto che proprio in Emilia esistono un paio di importanti cover band dei Pink Floyd e che il miglior biografo e critico del gruppo in Italia vive a Carpi. Di lì è stato quasi spontaneo – e lo ha fatto lui – mettersi a parlare di Michelangelo Antonioni, che riuscì a convocare i Pink Floyd in Italia per fargli scrivere la musica da utilizzare in Zabriskie Point, il suo film americano, in quella vera e propria sequenza di pop art multimediale che è l’esplosione della villa nel deserto, con la colonna sonora che sembra quasi disintegrare gli strumenti domestici della società dei consumi. Tutto questo può anche sembrare un castello di carte fortuito, senza un progetto. Intanto, però, io ho subito potuto "contrabbandare" a Giancarlo anche gli altri film di un regista come Antonioni, dotato di un occhio spontaneamente cosmopolita ma radicato a fondo nel suo territorio nativo fra il Po e l’Adriatico. E poi cos’è un contesto culturale se non qualcosa di multiplo e magari anche di confuso, che mostra un’identità tanto più forte quanto più è capace di aprirsi a ciò che sembra estraneo e marginale?
Nel tuo intervento alla Conferenza, quali aspetti della nostra cultura hai scelto di sottolineare?
Ho seguito uno spunto offerto da un piccolo classico della nostra letteratura di metà Novecento, le Notizie dall’Emilia del bolognese Giuseppe Raimondi, che sono una vera e propria antileggenda regionale, costruita fra autobiografia e intimismo aneddotico. Nell’introduzione Raimondi spiega che le virtù tradizionali dell’uomo emiliano, quelle che restituiscono meglio l’identità del suo tipo storico e ideale, sono un senso profondo di "dignità" e "disincanto", un’etica pratica del lavoro e un forte senso di indipendenza e di libertà morale. L’Emilia Romagna, così, sarebbe soprattutto un mondo "diurno", una società del fare, del costruire e dell’abitare, come si dice oggi con i termini pertinenti della cosiddetta ecologia della cultura, secondo cui una tradizione culturale, nel suo senso più profondo, non si costituisce tanto nel passaggio degli usi e delle conoscenze fra una generazione e l’altra, quanto attraverso le risposte pragmatiche e creative date dall’uomo al suo ambiente. Già negli anni Settanta il critico d’arte Francesco Arcangeli, scrivendo un saggio intitolato Natura ed espressione nell’arte bolognese-emiliana, aveva sostenuto che la cultura figurativa emiliano-romagnola trovava un elemento comune, dal medioevo a Morandi, proprio nel rapporto fra una physis multiforme e una humanitas in continuo divenire. E davvero fino a un certo punto, durante i secoli della conquista del suolo, fino all’età moderna, il triangolo fra il Po, gli Appennini e l’Adriatico, ovvero la zona che a partire dall’epoca augustea fu identificato con il volto della regione, (l’octava regio dell’Italia romana), sviluppa una dialettica inquieta di fantasia e animo pratico, di gusto immaginativo e ragioni civili. Ma nella terra di Wiligelmo e di Boiardo, dei Carracci e di Pascoli (per non dire di Verdi e dei Bibiena), la tradizione civica delle forme più raffinate del lavoro e dei traffici, delle industrie cittadine e delle coltivazioni che influirono così profondamente sulla struttura territoriale della regione, si incontra presto con l’inquietudine e la bizzarria, che diventano quasi un controcanto notturno, eccentrico e chimerico alle ragioni del giorno lavorativo. Così quello che nella letteratura e nell’arte, da Ariosto a Fellini, si è soliti chiamare "surrealismo padano", diventa la condizione di una cultura che si fa moderna, solitaria ed insieme desiderosa di solidarietà. Basta pensare a cosa diventa il mondo della natura in un testo come L’airone , il romanzo forse più straordinario di Giorgio Bassani, dove l’immaginario del delta del Po, si trasforma in un vero e proprio specchio esistenziale, in un habitat tragico di flora e fauna fluviale.
Non ti sembra di aver dato troppo risalto al rapporto fra uomo e natura, a discapito della grande tradizione urbana che attraversa la via Emilia?
Mi chiedo piuttosto se le città, almeno in Emilia Romagna, non siano uno strano punto di incontro fra la natura e il mondo delle costruzioni umane. Noi siamo abituati a pensare le città come luoghi di non natura, in cui si realizza un disumano concentramento di persone, edifici e attività. L’elemento naturale cittadino, come ha scritto Aldo Rossi, un architetto attivo anche nella nostra regione, si ridurrebbe alla s celta iniziale del posto dove stabilirsi, al locus destinato ad accogliere la storia e l’architettura della città. Ma cosa succede, invece, se ci limitiamo a guardare la città come uno spazio a tre dimensioni? Si pensi solo all’equilibrio mantenuto in Emilia Romagna dal paesaggio, che fino a tutto il Novecento conserva i segni della sua origine antica, con i boschi, le paludi collinari e le sponde fluviali della pianura che arrivano, ancora oggi, fino alle porte delle città, confermando, come suggeriva l’intelligenza attenta dello storico Vito Fumagalli, una consuetudine di familiarità secolare che vedeva nella natura una categoria ben chiara all’immaginazione dell’uomo, un grande altro da contenere entro dimensioni tollerabili, ma non certo da eliminare o distruggere. È anche vero, però, che la modernizzazione di cui le nostre città sono testimoni attivi introduce lungo il rettilineo della via Emilia, da Piacenza a Bologna, con le deviazioni a loro modo grandiose di Ferrara e Ravenna, degli effetti straordinariamente laceranti per l’ambiente, degli squilibri, dei movimenti che sembrano portare altrove. E qui non posso fare a meno di rimandare a un altro straordinario documento visivo prodotto dal cinema di Antonioni, Deserto rosso, il film dedicato all’hinterland industriale ravennate e ferrarese, dove si assiste all’ingresso dell’inumano e dell’antinaturale nella quiete della natura, invasa dai gas, dalle navi infette del petrolio e dalle onde magnetiche di antenne quasi fantascientifiche.
Quindi consideri l’Emilia Romagna come una provincia in continua mutazione.
L´idea che si sta indebolendo e sulla quale bisogna tornare a ragionare in modo diverso secondo me è proprio quella di "provincia". Oggi si esita a definire l’Emilia Romagna contemporanea una provincia, anche "una provincia del mondo" come diceva proprio Arcangeli. Bisognerebbe chiedersi cosa significa essere una provincia in un mondo fatto ormai più di flussi e di aree che di centri, in cui il diverso conta forse più dell’uniforme. A noi basta pensare, per altro, a un narratore inquieto come il reggiano Pier Vittorio Tondelli che concludeva il suo libro forse più innovativo, Un weekend postmoderno, con un lungo capitolo intitolato "Giro in provincia", in cui il lettore veniva guidato attraverso un viaggio eclettico, a zig zag attraverso i luoghi più disparati del mondo occidentale, ma era un viaggio che in realtà non andava altro che da Reggio Emilia a Reggio Emilia. Era già l´idea di una provincia ironica che non aveva più nulla di periferico, ma che viveva piuttosto uno strano tipo di centralità diffusa: una centralità eccentrica.
Ma esiste davvero, secondo te, un elemento che distingue la nostra tradizione culturale, una specie di filo rosso dell’identità in Emilia-Romagna?
Se penso al mondo di cui sono testimone mi vengono molti dubbi. Pochi "mondi" sono frazionati, multipli, plurivoci e soprattutto dotati di una vocazione profonda al transito come quello della nostra regione, che è in se stessa un piccolo universo di disuguaglianze. Per tornare ancora alla conferenza di Montevideo, mi piace ricordare quello che scriveva un grande rappresentante delle cosiddette culture migranti, lo scrittore indo-caraibico-britannico V.S. Naipaul, il quale ha spiegato una volta che cercare di ritornare ai paesaggi percepiti con commozione dai propri antenati è sempre un’esperienza di fuga e di debolezza: la forza sta nel vivere la trasformazione. Non devo certo mettermi a ricordare l’insegnamento di altri grandi intellettuali (da Brodskij a Cioran a Said), per dire che è proprio questo sentimento di distanza, di vuoto e di disorientamento a rendere l’esperienza della lontananza dal paese originario qualcosa non solo di nostalgico o doloroso ma anche di stimolante, come una sorta di andirivieni vitale. Qualcosa del genere lo abbiamo riconosciuto anche con i ragazzi venuti in Uruguay (grazie anche alla competenza di Giancarlo Roversi, che ha moderato con me il gruppo, e al contributo inatteso di una ricercatrice bolognese ospite dei lavori), quando ci siamo trovati a parlare di quella che poi abbiamo chiamato "l’identità dei giovani emiliano romagnoli all’estero in Emilia Romagna", che è una formula in cui mi sembra si realizzi già un processo di scambio e di trasformazione dei rapporti, perché accorda un ruolo più attivo – e forse anche più avvincente – proprio a chi si trova "lontano". La nostra esperienza – anche quella di chi viaggia poco – non si trova mai in un luogo solo, ma sempre in uno spazio di mezzo, in un gioco di andata e ritorno fra molti punti di partenza e molti punti d’arrivo. Il problema, al limite, è quello di rimanere una persona sola.
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