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Intervista


PARMA CITTA' DELLA MUSICA

Intervista a Gian Piero Rubiconi, già Sovrintendente del Teatro Regio di Parma, attualmente direttore artistico di “EGrandEstate” e di altri eventi musicali. Recentemente ha scritto i testi per le canzoni pubblicate nel cd “Guarda la vita”, risultato della partecipazione corale di artisti parmigiani, tra cui il basso Michele Pertusi, l’ex PFM Bernardo Lanzetti, Fulvio Redeghieri, Andrea Salvini.
La Forza del Destino, teatro Regio, 2002. Come descriverebbe Parma a una persona che non la conosce?

Parma è una città unica al mondo per un motivo ben preciso: ha la una cultura del teatro rarissima da trovare altrove. Nel Settecento in città c’erano 150 teatri tra pubblici e privati; molti erano quelli privati dove si tenevano concerti, serate musicali. Ma la cosa straordinaria è che la cultura del teatro era quella del melodramma, un genere che era assolutamente popolare, attraversava tutte le classi sociali. Per questo il Teatro Regio è il simbolo, l’anima di questa città. Tempo fa mi sono divertito a confrontare la storia di Parma con quella del Teatro Regio. Ebbene, ho scoperto con mia sorpresa che quando la città attraversava dei momenti felici dal punto di vista sociale, economico e politico, anche il Regio era in auge, mentre quando decadeva la città, subito la crisi si rifletteva sulla qualità del cartellone del Teatro.

Dunque la musica è una malattia, difficile da comprendere per chi viene da fuori.

Io avevo il nonno che era uno di quei loggionisti di una volta, tremendi. Quando metteva un disco sul suo giradischi a manovella oppure ascoltava la radio (io avevo tre anni, me lo ricordo), in casa si stava tutti in religioso silenzio, non poteva volare una mosca. Mia nonna doveva smettere di fare le pulizie. Il momento in cui cantava Gigli era sacro. E questi loggionisti andavano a teatro tutte le sere. Ascoltavano tutta la musica, da quella buffa a quella seria, dalla tedesca all’italiana; ascoltavano Wagner come Verdi o Mussorgsky e avevano questa grandissima esperienza musicale che era l’orecchio. L’amore era tale che poi nelle osterie si cantava l’opera, i cantanti dilettanti erano dappertutto. In questa città c’erano delle donne che si chiamavano Amneris, Aida, e uomini Edgardo, Manrico: tutti nomi di personaggi d’opera, che non sono comuni. Nomi che penso si trovassero solo a Parma. Dunque una cultura diffusissima. Tutto questo si è perduto naturalmente sempre di più negli anni. Ciò non toglie che ci siano ancora dei circoli musicali che si dedicano soprattutto alla lirica e tramandano la tradizione verdiana, quasi come fossero dei carbonari.



Otello, Teatro Regio, 2007. Quali sono questi circoli dove si coltiva ancora la passione per la lirica?

C’è il Club dei 27 che ha sede presso la Casa della Musica, costituito da 27 persone, ognuna delle quali rappresenta un’opera di Verdi. Per entrare nel Club bisogna che qualcuno muoia, altrimenti non subentra un altro. I 27 si riuniscono una volta la settimana e svolgono attività di diffusione dell’opera verdiana nelle scuole, ospitano artisti e protagonisti dell’opera. Poi c’è Parma Lirica che ha anche una bellissima sala da concerti e fa attività musicale tutto l’anno. Infine, a due passi da dov’è nato Toscanini c’è la Corale Verdi, che ha già compiuto un secolo di vita. Da lì sono passati tutti i coristi del Teatro Regio, oltre che i solisti. Il Teatro Regio aveva questo coro famoso in tutto il mondo che era fatto da dilettanti, gente che andava là la sera a imparare a orecchio le opere che poi cantava a teatro, con un accento tutto particolare. Tutto ciò col tempo è cambiato, non è più come agli inizi del ‘900, quando a Parma si suonava in ogni angolo, in ogni caffè. L’opera era quello che si respirava: si mangiava e si cantava l’opera. Oggi non è più così ma certe cose, per fortuna, sono dure a morire. Quando ero Sovrintendente al Teatro Regio, facevamo una stagione d’opera per i bambini delle medie e elementari, per ogni opera 5-6 rappresentazioni con 1200 bambini alla volta. Con grande entusiasmo. Può rinascere tutto questo e in ogni caso noi dobbiamo difenderlo. E’ una fetta di cultura che si è perduta. Ma forse siamo noi ad essere nostalgici…

A proposito di nostalgia, Lei vive in Oltretorrente. Crede che questa sia la parte più autentica di Parma, più colorata e, oggi, anche multietnica?

Sì, dico sempre ai miei amici stranieri che Parma è divisa in due dal fiume, dal ponte. C’è la Parma "di qua" dall’acqua e la Parma "di là" dell’acqua. Quella "di qua" è la Parma da vedere, dove ci sono i monumenti principali, il Duomo e San Giovanni con il Correggio, il Battistero, la Pilotta, mentre la città "di là" dell’acqua è la Parma da vivere, perché vi si trovano amicizia, solidarietà. Ad esempio, io esco e conosco tutti, tutti mi salutano, mi chiedono come sta mia moglie - è come essere ancora in un grande paese. Anche la forte immigrazione che c’è stata, fortissima in questi anni - con negozi cinesi, macellerie arabe ecc. - non ha sostanzialmente cambiato il clima. Fondamentalmente l’Oltretorrente è rimasto quello che era. Ci sono ancora i borghi, le stradine, qualche artigiano e una mentalità particolare, che è poi un modo di concepire la vita: il che vuol dire ritornare all’opera, cioè stare in compagnia e godere delle cose belle.



Aida, Teatro Regio, 2005. Che cosa si augura per il futuro di questa città?

Mi auguro che non si stravolga completamente il nostro modo di concepire la vita. Parma ha sempre avuto molti pregi ma anche molti difetti. Ha un po’ i difetti della capitale, infatti lo è stata per molto tempo, la capitale di un ducato. C’è sempre stato il vizio di vivere citando il passato: Maria Luigia, Napoleone, o gli "anolini", che qui devono per forza essere migliori di quelli che si fanno a Reggio o Bologna, ma non è vero. Dunque c’è un po’ di snobismo, di puzza sotto il naso, di concezione del potere un po’ oligarchica. Spero allora che in il futuro l’anima democratica che Parma ha sempre avuto rimanga, perché questa in fondo è la città delle barricate, con la gente che sbarrava il passo ai fascisti impilando i tre poveri mobili che aveva in casa. Spero rimanga la voglia di stare insieme, di cantare, perché l’opera è questo: allegria, amicizia, solidarietà.

(intervista raccolta da Francesca Sutti per RadioEmiliaRomagna.it)



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