
Intervista
DA MOLINELLA AL CILE
Fernando Pezzoli partì dall´Italia per il Cile nel 1955, a 19 anni. Con lui c´erano i genitori, originari di Molinella, in provincia di Bologna, che decisero di emigrare nel paese sudamericano per raggiungere il fratello della madre. Oggi Pezzoli continua a vivere in Cile - come pure i tre figli, che abitano anche loro a Santiago -, è un imprenditore di successo e da quasi otto anni è rappresentante per il Cile della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo.
Pezzoli, questo è un impegno a cui lei si dedica con energia ed entusiasmo, a dimostrazione che il suo legame con l´Italia e la nostra regione non è mai venuto meno in questi 54 anni di vita da italiano all´estero.
Sono tornato spesso, anche per brevi periodi. Ricordo con gioia i Natali che passavo con i nonni, nella casa di via Siepelunga, a Bologna, oppure i molti viaggi che abbiamo fatto io e la mia famiglia in tutta Italia alla scoperta delle bellezze delle città. La prima cosa che faccio quando vengo a Bologna è quella di andare da Feltrinelli e acquistare una montagna di libri. A Santiago ci sono molte librerie che vendono libri di autori italiani in lingua spagnola, ma io in amo ancora molto leggere in italiano.
Torniamo alla sua storia di emigrante, come sono stati i primi anni della sua azienda, la Dulcono Roma?
Abbastanza difficili come tutti gli inizi, ma in quegli anni il Cile era un paese vuoto, "tutto da riempire", e per noi italiani c´erano molte opportunità.
Come diventò imprenditore?
In realtà avrei voluto studiare architettura, ma dovetti subito iniziare a lavorare nell´officina di mio zio che produceva impianti frigoriferi industriali e sistemi di refrigerazione per il comparto alimentare. Fu una buona esperienza che mi spinse poi a fondare la Dulcono Roma, l´azienda di cui oggi sono titolare, che produce macchine per fare coni e cialde per gelati destinate a tutto il mercato sudamericano e che è fornitrice di multinazionali come Unilever e Nestlè.
Che tipo di emigrazione è stata quella italiana in Cile?
Per poter spiegare la nostra realtà attuale è necessario ripercorrere la storia dell´emigrazione italiana, che si è sviluppata a partire dal 1850 per arrivare, con differente intensità nei diversi periodi, all´incirca fino al 1960. Queste migrazioni si diressero prevalentemente verso due zone: l´europea e anglosassone (USA, Canada, Australia, Sud Africa) e latinoamericana, ed ebbero una motivazione iniziale e uno sviluppo differenti.
In che modo?
Nell´area europea e anglosassone la nostra emigrazione ha risposto all´imperante necessità di sviluppo di quei Paesi, ma ad essa è stato opposto un rifiuto dalla maggior parte delle popolazioni locali. Ciò ha determinato un forte raggruppamento delle nostre collettività, a difesa dei propri usi e costumi, ma anche contro i molti soprusi alle quali erano esposte. Quella situazione negativa ha prodotto un effetto positivo: è stato possibile tramandare ai discendenti, fino a non molto tempo fa considerati cittadini di seconda o terza classe, un forte senso di italianità, che fa sì che si ritrovino uniti intorno alle loro istituzioni, integrati nei Paesi in cui vivono ma scarsamente assimilati. Pochi sono i matrimoni misti, e alle riunioni la partecipazione è sempre massiccia e sentita.
In Cile invece?
In Cile e in tutta l´America Latina la situazione si è evoluta in modo totalmente diverso. Salvo rare eccezioni, la nostra emigrazione è stata bene accolta e rispettata e, nonostante siano stati creati centri di incontro dove comunicare e divertirsi insieme, questi non hanno determinato l´isolamento dai cittadini dei Paesi ospitanti, con i quali le relazioni sono sempre state di ottimo livello, come dimostrano i numerosi casi di matrimoni misti. Come conseguenza, si è realizzata una forte assimilazione dei nostri discendenti.
Quanti sono oggi gli italiani che vivono in Cile?
La comunità italiana in Cile è composta da circa 52mila persone con passaporto italiano, delle quali solo 3.050 nate in Italia. Gli appartenenti alle prime generazioni hanno uno spiccato sentimento di italianità e in molti casi tra loro si esprimono ancora in italiano. Tutti gli altri sono completamente assimilati.
Quanti sono invece gli emiliano-romagnoli e dove vivono?
Gli italiani di origine emiliano-romagnola sono circa 5mila dei quali solo poche centinaia nati in Italia. Forti concentrazioni ci sono in alcune città del sud come Capitan Pastene, un paese fondato ad inizio `900 da un centinaio di famiglie provenienti dall´Appennino modenese che oggi conta 2mila abitanti di cui circa 1500 di origine italiana. Un larga comunità di emiliano-romagnoli vive poi nella capitale, a Santiago del Cile.
Lei è alla guida dell´associazione emiliano-romagnola di Santiago del Cile, che tipo di attività svolgete?
Abbiamo una scuola dove durante l´anno svolgiamo corsi di lingua italiana che sono tenuti da operatori linguistici formati dal Cidi (Centro di iniziativa democratica degli insegnanti). Abbiamo un nostro centro sportivo e una chiesa, collaboriamo con l´Istituto italiano di cultura e organizziamo iniziative di beneficenza. Inoltre, promuoviamo scambi ed incontri tra le associazioni di italiani in Cile, dando informazioni sulla legislazione italiana, su opportunità lavorative ed iniziative in Italia ed in Emilia-Romagna.
Quale è invece il suo ruolo all´interno della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo?
Con la Consulta ci riuniamo un paio di volte all´anno per discutere dei nostri problemi, promuovere la conoscenza della lingua italiana, sviluppare iniziative di formazione, sostenere le associazioni, organizzare soggiorni e scambi culturali, coltivare la memoria dell´emigrazione, ecc. Grazie all´attività portata avanti dalla Consulta, oggi l´Emilia-Romagna è considerata la Regione con il maggior numero di iniziative per i propri corregionali in Cile.
Visti dal Cile come sono l´Italia egli italiani?
L´Italia oggi attraversa un periodo difficile. A noi che viviamo all´estero sembra che i giovani italiani abbiano perduto quella cultura del lavoro, quel senso di audacia, spirito di sacrificio, voglia di rischiare che avevamo noi quando siamo partiti. Inoltre, il governo italiano, le associazioni industriali, le Camere di Commercio non fanno molto per valorizzare il nostro ruolo. Noi siamo i primi ambasciatori della cultura e dell´economia italiana e potremmo fare molto di più per aiutare il nostro Paese di origine.
(da AssembleaER n. 8/2009 )
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