
Intervista
RICCARDA CASADEI: LA VITA IN MUSICA DI MIO PADRE
Quattro chiacchiere con Riccarda Casadei, figlia del maestro Secondo Casadei, da anni impegnata a diffondere l'eredità artistica del padre, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita.
Questi suoi cento anni Secondo Casadei li avrebbe vissuti come una grande e gioiosa festa in musica. Per lui la musica era soprattutto gioia, festa, un modo spensierato di celebrare la vita e la felicità di essere con i propri cari, nella propria terra. Riccarda, come ricorda la gente oggi Secondo Casadei? Mio padre ha lasciato un ottimo ricordo di sé. Chi ne parla e chi l’ha conosciuto ricorda sempre il suo sorriso, la sua gentilezza e la sua disponibilità. Aveva un carattere molto solare ed aperto, tipico dei romagnoli. Allegro, ma anche con una certa malinconia, che a volte spuntava fuori, ma in breve tempo lasciava di nuovo il posto alla gioia. Lo stesso si ritrova nei suoi brani, alcuni sono più accorati e malinconici (ad esempio "Dolore", composto dopo la morte del padre), altri invece decisamente più spensierati. Ma anche nei primi, il finale è sempre in tonalità maggiore, che sta a significare ripresa, entusiasmo rinnovato e positività, nonostante la tristezza di fondo. Noi in famiglia lo abbiamo conosciuto praticamente sempre con il sorriso sulle labbra, poche erano le volte in cui si mostrava serio e triste. Ha sempre reagito ai momenti di dolore e tristezza con fiducia nella vita. Quale era il rapporto di suo padre con la Romagna? Mio padre non si allontanava mai molto né molto a lungo da casa. Quando andava in giro ad esibirsi, la sera tornava sempre a casa, anche se a volte, considerando la distanza, poteva essere conveniente pernottare fuori. Penso che sia una caratteristica degli orchestrali il bisogno di tornare a casa, di avere come punto di riferimento la propria casa e la famiglia, soprattutto per la vita da "girovaghi" che fanno. Anche se dagli anni Sessanta c’erano auto e pullman assai comodi e quindi viaggiare era confortevole, mio babbo ed i suoi orchestrali preferivano tornare a casa dopo ogni esibizione, per un "bagno in famiglia". Ma non amava solo la sua casa di Savignano. Rimase sempre molto legato a Sant’Angelo e ci tornava spesso: soprattutto andava a trovare i vecchi amici, quelli più veri, quelli d’infanzia che erano felici del suo successo. E la gente che lo incontrava gli dava una pacca sulla spalla: era il gesto che penso gli facesse più piacere in assoluto, che lo faceva più contento.
Che rapporto aveva suo padre con il suo più grande successo, "Romagna Mia"? Molti giudicano "Romagna Mia" un valzerino, ma alla maggior parte della gente è piaciuta. Il testo non è nemmeno di una gran poesia, ma evidentemente aveva le carte in regola per sfondare. Il babbo la tenne nel cassetto per un bel po’ di tempo prima di pubblicarla, segno che non credeva che fosse un granché. Invece il maestro Ulivieri ne aveva intuito il successo e se ne cominciò a rendere conto anche il babbo quando la sentiva cantare dalla gente in giro. Ad esempio dal muratore mentre lavorava sull’impalcatura, oppure dal garzone della stazione. E poi quando la canzone cominciò a ricevere i riconoscimenti del pubblico, allora il successo era innegabile. E questo fu anche un incentivo per lui: fu rinvigorito dal riscontro ottenuto, ne ricevette una vera e propria iniezione di fiducia e di entusiasmo. Anche io mi meraviglio di questo successo che continua ad avere. Il bello penso che sia il fatto che funge da "collante" per certe età. I bambini della scuola, ad esempio, a cui le maestre insegnano proprio "Romagna Mia". Non so quale altra canzone avrebbe potuto farlo. Questo è un esempio chiaro di cosa può fare una canzone: alle volte è importante anche una canzone. "Romagna Mia" a quanto pare ha avvicinato davvero tutti. Ed ancora ogni volta mi sorprendo.
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