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Intervista


LE FORME SENSUALI DELLA NATURA

Rotondità, trasparenze e colore: anche una pesca può andare in estasi
A. Antonelli, Traversias Antonella, parlaci di te e della tua famiglia.

Sono nata a Maracaibo, nel Venezuela occidentale, da genitori romagnoli. Mio padre era originario di Cesena, è emigrato subito dopo la guerra, è tornato in Italia nel 1954, per sposarsi con mia madre, una ragazza di Meldola (un paese vicino Forlì), e poi insieme hanno riattraversato l’Oceano nel 1957. In Venezuela mio padre vendeva mangimi, alimenti per animali. Io vivo e lavoro a Caracas, sono la coordinatrice di un dipartimento urbanistico del Ministero delle Infrastrutture. Mi occupo di piani regolatori, viabilità e trasporti. Mi sono laureata in ingegneria civile nel 1985 all’Università Rafael Urdaneta di Maracaibo, e l’anno scorso a Firenze ho conseguito un diploma in management dei Beni Culturali e in Gestione di Musei e Pinacoteche, presso l’Istituto d’Arte e Restauro di Palazzo Spinelli.

L’arte, infatti, è l’altra tua grande passione.

A dire il vero, è la mia prima passione. Anche perché l’impiego presso il Ministero non dà molte soddisfazioni. Spesso non si vedono i risultati di quello che si fa. Ci sono troppi interessi, riescono anche a farti modificare delle zonizzazioni in un piano regolatore invece di pensare a realizzare una città migliore e più vivibile.

Ora sei a Bologna per lo stage del programma "Boomerang". Di cosa ti occupi esattamente?

Svolgo lo stage presso il Copalc, un consorzio di cooperative edilizie orientato verso i nuovi modi del costruire, verso la bio-architettura. Seguo il lavoro nei cantieri, studio i materiali nuovi, molti dei quali non sono utilizzati nel mio paese, come certi laterizi e i materiali per l’isolamento acustico degli ambienti, indispensabili per la costruzione della casa ecologica del futuro. Vorrei portare in Venezuela questa esperienza, cioè l’idea che il benessere dell’uomo si accompagna al rispetto dell’ambiente. Ma lì c’è poca coscienza ecologica, si costruisce in un modo molto tradizionale. Diciamo che ora ci sono altri problemi, più urgenti dell’ecologia (tra qualche anno, chissà). C’è povertà, insicurezza…

Qual è la situazione oggi in Venezuela?

Come dicevo, le città non sono sicure, le grandi industrie stanno lasciando il paese, l’inflazione secondo le stime governative è all’8-10%, ma secondo gli economisti è molto di più. I prezzi aumentano da un giorno all’altro, l’ancoramento della nostra moneta al dollaro rende cara la vita, ma gran parte dei poveri sostengono il governo di Chávez. Gli italiani d’origine in grande maggioranza non sono d’accordo con il governo, che considerano troppo populista perché, ad esempio, finanzia scuole e università dove manda a studiare le persone senza risorse, provenienti dalle masse non scolarizzate, alimentando un dissennato assistenzialismo. Ma il fatto più preoccupante è l’insicurezza: non si può vivere e girare tranquilli come qui in Italia. Un’altra cosa voglio dire: io mi identifico molto con l’Italia, mi sento più italiana che venezuelana, perché qui ci sono le mie radici. E qui mi piacerebbe vivere, se fosse possibile.

Torniamo all’arte. Come ti sei avvicinata alla scultura?

Sin da piccola mi piaceva disegnare, giocare con l’argilla, costruire forme. Poi ho smesso per dedicarmi agli studi. Ho ripreso dopo che è morta la mamma. Ho conosciuto un ragazzo che faceva sculture con l’argilla, e anche mio padre mi incoraggiava, mi diceva: fallo, se ti piace. Così, il sabato ho iniziato a frequentare a Caracas corsi di arti plastiche, prima al Museo di Arte Contemporanea, poi all’Istituto d’Arte Federico Brandt, alla Scuola di disegno Arte Fuego, all’Istituto Universitario di Arti Plastiche Armando Reverón (che prende il nome da un pittore che amo molto), al Museo di Belle Arti. Ho studiato scultura, disegno e stilizzazione della figura umana, perché il mio interesse si è sempre incentrato sul corpo. Ho partecipato a diverse esposizioni collettive in Venezuela, tra cui la Biennale Internazionale di Arti Plastiche (AVAP) nel 1999, e alla Biennale di Arte Contemporanea Leonardo da Vinci a Roma, dove ho ricevuto il premio della critica per la scultura, nel luglio 2003.




A. Antonelli, Alboroca A sfogliare il book dei tuoi lavori, si direbbe che sei attratta dalla sensualità delle forme naturali. Il paesaggio del corpo sembra derivare direttamente dalla natura, conserva analogie con i frutti, con i semi…

Proprio così. Ho iniziato ad osservare i muscoli nei libri di anatomia, ad esercitarmi sui disegni di Leonardo, a studiare le sculture di Michelangelo. Il David è di una bellezza insuperata, come lo Schiavo morente, con la sua delicata sensualità che scaturisce dal freddo del marmo. Ma in tutta la materia c’è sensualità, erotismo. La resina, ad esempio, è un materiale che mi piace molto per la trasparenza e per i colori: la trovo femminile. Il legno invece è maschile. Legno e resina insieme sono perfetti. I legni che preferisco sono il saman negro e il caoba. Oltre ai materiali, le forme della natura evocano e solleticano i sensi. Certi frutti, certi semi, sembrano un prolungamento dell’anatomia oltre l’umano, hanno forme anatomiche, sono maschili o femminili, basta saperli guardare. A me piacciono le forme rotonde e la trasparenza, e i colori forti come il rosso della passione.

Anche i titoli delle tue sculture richiamano questo elemento sensuale presente in natura: penso a Durazno en Extasis, come dire: la pesca in estasi… Sì, ma anche Peneyfalo, un gioco di parole per rappresentare l’elemento maschile che caratterizza il frutto dell’avocado, o Alboroca, che è il seme dell’avocado, ma designa anche una persona un po’ pazza, che vive la vita in modo allegro, senza inibizioni. In altre sculture come La Fiacca o S/N, ritraggo la figura maschile in pose di abbandono, di relax. L’uomo moderno è un Narciso sempre stanco, gli piace divertirsi, gli piace il suo corpo, ma è autoreferenziale, non esce dal suo Io. E infatti non gli ho messo una donna accanto.

Antonella Antonelli aantonelli@cantv.net


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