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Intervista


PERCUOTERE IL MONDO


Andrea Centazzo è uno dei più originali percussionisti e compositori a livello internazionale. In 25 anni di carriera ha registrato più di 60 dischi e ha alle spalle un migliaio di concerti e performance in Europa e Stati Uniti. E’ autore di circa 350 composizioni e di otto libri di musicologia. Nato in Friuli, Centazzo è approdato a Bologna nel 1973 per studiare all’Università, poi vi è rimasto fino al ’91, quando si è trasferito a Los Angeles. E conserva ancora la sua casa a Sala Bolognese, dove torna un paio di volte l’anno.

Andrea Centazzo è musicista onnivoro e artista totale, in senso wagneriano. Infatti, partendo dalle percussioni è arrivato a esplorare l’universo della multimedialità. Ha realizzato video, film, spettacoli musicali, lavorando sull’integrazione di suono e immagine. Gli ultimi suoi lavori multimediali, che sta portando in giro per il mondo, sono “Eternal Traveler”, dedicato all´arte di Leonardo da Vinci, e "Einstein’s Cosmic Messengers", concerto multimediale per solo, performer e immagini video, che ha  debuttato il 30 ottobre a Pasadena in California.

L´INTERVISTA

Sul suo sito c’è una sua foto da bambino, vestito da indiano mentre suona un tamburo. Il futuro campione della percussione contemporanea è già tutto in quell’immagine? Dalla campagna bolognese alla patria degli indiani d’America: la realizzazione di un sogno?

Sì, quella foto è emblematica. Sin da piccolo sono sempre stato attratto dal suono, dai rumori. A dieci anni creavo con gli amici delle fantasmagoriche orchestrine. Poi ho cominciato a studiare chitarra, presto abbandonata a favore del clarinetto, e mi sono iscritto al conservatorio, contemporaneamente al liceo classico. Provenivo da una famiglia di avvocati che considerava la musica una distrazione. Mio padre diceva che il mondo si divide in due: quelli che lavorano e quelli che suonano. Comunque, dopo il clarinetto sono tornato al primo amore, le percussioni. A 15 anni strimpellavo con i soliti gruppetti rock e solo quando ero già all’Università ho iniziato a studiare seriamente la musica. Poiché volevo diventare un batterista jazz, sono andato in Svizzera dove c’era l’unica scuola europea improntata al modello americano della Berkeley Jazz School. E lì la mia carriera decollò. Ho debuttato a 24 anni, cioè 4-5 anni dopo rispetto alla media. E certo, l’essere poi riuscito ad andare a vivere negli Stati Uniti, per uno che voleva fare il musicista jazz, è stato il coronamento di un sogno.

Qual è per lei il rapporto tra musica e paesaggio? 

Quando ho cominciato a occuparmi professionalmente di musica, il mio hobby era la fotografia. Fonti della mia ispirazione sono sempre stati l’immagine, il paesaggio, la forma, il movimento. Con la prima tournée americana del 1978 ho potuto visitare le riserve indiane. Avendo sempre avuto il mito degli indiani, sin da quando è stata scattata quella foto da bambino, dalla conoscenza diretta dei loro luoghi è nato un album pluripremiato, “Indian Tapes”, dove c’erano i suoni della natura e immagini che si rincorrevano musicalmente. Andando avanti con gli anni e con i viaggi, ho cominciato a sviluppare quest’altra passione dell’immagine, che poi, con l’aumento della tecnologia, ha dato vita alla forma espressiva del video. Ispiravo le musiche alle immagini e le immagini alle musiche, creando quello che è il mio lavoro di adesso, ossia gli spettacoli multimediali.


DALLE CHIESE DEL BOLOGNESE ALLE MILLE LUCI DI LOS ANGELES, DAL JAZZ SULL'APPENNINO AI VIAGGI NELLO SPAZIO
Andrea Centazzo in Parlando di integrazione di linguaggi differenti, come possono coesistere il computer e l’antica musica balinese, come nel progetto “Mandala”, o le invenzioni di Leonardo da Vinci e la musica, come in “Eternal Traveler”? E in quale misura oggi il computer cambia il modo di comporre musica?

Il computer ha cambiato la maniera di scrivere la musica in peggio perché è una macchina che tende a dominarci. I programmi del computer sono pensati per un lavoro seriale e per farli diventare creativi ci vuole l’intelligenza dell’uomo. Quando scrivo musica sto molto attento a usare la penna, se così si può dire. D’altra parte è vero che con gli ultimi sviluppi tecnologici il computer mi ha permesso di girare il mondo, registrare un canto aborigeno, passarlo nel pc e suonarlo con la tastiera come se fosse l’aborigeno in persona a cantare davanti a me. Ma dal vivo non uso mai il computer da solo per riprodurre i suoni, bensì insieme a tutto il mio arsenale di strumenti a percussione come il gong, le marimbe, i tamburi. Miscelando i suoni che escono dal computer con quelli che produco dal vivo, ottengo una realistica orchestra che posso far funzionare da solo.

Dal minimalismo alla world music, dalle atmosfere primordiali alle tastiere collegate al pc: tutta questa creatività diffusa ha un centro? Qualcosa intorno al quale ruota tutto?

Sono partito da un’idea molto semplice: applicare la musica a diverse forme espressive. Sia che diriga l’orchestra o scriva per l’orchestra sinfonica, sia che suoni da solo le percussioni o usi il computer o faccia dell’improvvisazione con tre musicisti, in trent’anni di carriera alla fin fine ho sempre fatto lo stesso tipo di musica. Una delle soddisfazioni più grandi l’ho avuta due anni fa, quando ho riaperto negli Usa la mia etichetta discografica dopo quasi vent’anni, aggiungendo le nuove composizioni al jazz e alla musica d’avanguardia degli anni Settanta. Ebbene, i giornalisti e il pubblico hanno ritrovato lo stesso itinerario, la stessa unità nel fare musica. E anche nelle immagini applico questa coerenza: nel mio primo film del 1984, “Tiare”, ci sono già, anche se in forma più primitiva, i risultati ottenuti con gli ultimi spettacoli multimediali come “Mandala” o “Eternal Traveler”. 

In una intervista, il maestro del jazz Giorgio Gaslini ci ha detto che compone preferibilmente nella sua casa sull’Appennino parmense, perché ci sono le condizioni di luce, tranquillità e serenità ideali. E per Andrea Centazzo, quali sono i luoghi della vita e della musica? L’Oriente, la campagna bolognese, Los Angeles?

La mia carriera è cominciata proprio con un provino fatto nel 1973 nella casa di Gaslini a Gorro sull’Appennino parmense. Io ero un ragazzotto che suonava le percussioni in un modo già abbastanza originale, e un amico comune mi ha fatto conoscere il grande Gaslini. Dopo quella prima jam session Giorgio mi scritturò e la settimana dopo suonavamo insieme nel Quartetto Gaslini. Quindi l’Appennino è stato la mia culla. Quanto ai luoghi di ispirazione, ho un affetto profondo per l’Emilia: a Sala Bolognese ho una casa dove torno un paio di volte l’anno e che ho ristrutturato personalmente, perché ho molta manualità come tutti i percussionisti. L’Oriente non è il luogo in cui compongo. Di solito raccolgo le impressioni e le porto a casa. Vivendo ora soprattutto a Los Angeles, è lì che scrivo musica. Ma l’ispirazione di “Eternal Traveler”, il lavoro su Leonardo da Vinci, è venuta dalla Toscana, dove sono andato a girare i video, e dall’Emilia, dove sono nati i tre quarti dello spettacolo: ci ho messo dentro tutte le chiese della Bassa Bolognese! E anche nel nuovo progetto multimediale sulle onde gravitazionali che ho appena realizzato per la nasa, "Einstein´s Cosmic Messengers", ho fatto delle riprese a San Giovanni in Persiceto nel bolognese, dove appariranno gli astronomi rinascimentali. Insomma, un grande amore per il territorio emiliano, come per gli Stati Uniti: e non poteva essere altrimenti, per quel bambino vestito da indiano che voleva fare il musicista jazz.



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