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Intervista


IN PERU' PER AMORE


Lima, il centro della città Com’è cominciata la tua storia di emigrante?

Nel 1985 feci un viaggio in Brasile, a Rio de Janeiro, sperando di incontrare una bella brasiliana. Ho conosciuto, invece, una peruviana che mi invitò a visitare il suo paese. Poi lei venne con me in Italia, ma non si adattò alla nostra vita, così siamo tornati in Perù. Ci siamo sposati ma le cose non andavano bene; io comunque sono rimasto lì, iniziando una nuova relazione e una nuova fase della mia esistenza. Oggi abito a San Borja, uno dei 43 distretti della capitale Lima, che è una città di circa otto milioni di abitanti.

Come sei entrato in contatto con la comunità emiliano-romagnola?

La direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, nata in Liguria ma di origine emiliano-romagnola, mi invitò a un pranzo dell’associazione di corregionali. Per anni, poi, ho partecipato ai pranzi comunitari che si svolgevano presso il ristorante di Carla Bacchelli, una bolognese emigrata negli anni Cinquanta, che aprì uno dei primi ristoranti italiani in Perù: forse il primo, e sicuramente il primo a proporre i piatti del nostro territorio.

I peruviani sono accoglienti verso gli stranieri?

Direi di sì. Io personalmente non ho mai avuto problemi di inserimento, grazie alla fortuna di conoscere sin dal primo momento italiani o persone di origine italiana che mi hanno facilitato l’ingresso nella nuova società. Ma in generale il peruviano è molto espansivo nei confronti dei nuovi venuti, tende subito le braccia, salvo – a volte – cambiare atteggiamento dopo un po’, ma questo dipende dalle singole persone.

Come si vive a Lima?

La capitale è la tipica città sudamericana dal traffico caotico, dove quasi nessuno rispetta le regole e guidare è quasi come essere nella giungla. Poi capita che fai una piccola infrazione e subito arriva il poliziotto a farti la multa, magari proponendoti una commissione illegale, la “taquina”, a lui destinata, per evitare di fartela pagare o di sequestrarti l’auto e altre noie burocratiche.

Con la tua nomina a presidente si è costituita ufficialmente l’Associazione Emiliano-Romagnola del Perù. Perché, prima, non vi siete iscritti all’elenco regionale?

L’associazione è nata diversi anni fa su iniziativa di Bruno Ugolotti, che proveniva dall’Appennino emiliano. Ma non era mai stata formalizzata perché – come mi spiegava l’ultimo presidente, Bruno Melandri – non aveva mai chiesto contributi alla Regione. I soci si accontentavano di incontrarsi un paio di volte l’anno per un pranzo, per mangiare cibi tipici, per stare insieme in allegria. Poi, se ogni tanto arrivava un “regalo” dalla Regione, era ben accetto. Ad esempio, nel ’95 in occasione del centenario della nascita della radio fu donato un busto di Guglielmo Marconi al Radio Club Peruviano, e fu organizzato un banchetto con prosciutto di Parma, formaggio parmigiano-reggiano e altre specialità emiliano-romagnole. E qualche anno fa la Regione inviò due cuochi al Circolo Sportivo Italiano a presentare l’enogastronomia regionale. Tutta la comunità italiana apprezzò la piadina, i salumi, i primi piatti, e di quell’evento si parlò a Lima per mesi e mesi.

Tu come sei diventato presidente dell’associazione?

Sono stato scelto per l’età, relativamente giovane (ho 50 anni) e per i contatti in campo culturale, in particolare con le Università italiane. La proposta mi è stata fatta dalla direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Lima, al quale collaboro, e credo abbia influito la mia professione di insegnante di italiano, che svolgo presso la scuola italiana paritaria Antonio Raimondi e l’università privata Riccardo Palma.

Quale sarà il nuovo corso dell’associazione di Lima?

Mi piacerebbe iniziare con una mostra dei mosaici di Ravenna, la mia città, accontentandomi delle riproduzioni fotografiche. Invitando anche un esperto che illustrasse la storia del mosaico. E vorrei far conoscere i vini e i prodotti tipici della nostra regione spiegando agli importatori e esportatori peruviani l’importanza della denominazione d’origine controllata. I peruviani si lamentano, ad esempio, che il pisco, la loro acquavite tipica, sia commercializzata con marchio cileno. Ma loro non hanno fatto niente per tutelarlo.



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