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Intervista


ANABELA FERREIRA, UNA PORTOGHESE A FORLI

ANABELA CRISTINA FERREIRA E' UNA PORTOGHESE CHE RISIEDE DAL 1990 A FORLI, DOVE HA IMPARATO IL DIALETTO ROMAGNOLO. DOCENTE E TRADUTTRICE, RACCONTA IN QUEST'INTERVISTA I LEGAMI TRA LE DUE CULTURE
Un'immagine di Lisbona Anabela, ci racconti la tua storia? Per quali motivi ti sei trasferita in Italia? Perché proprio in Romagna?

Sono arrivata a Forlì per motivi di cuore, infatti dopo aver finito gli studi a Lisbona, mi sono sposata con un forlivese e quindi mi è sembrato naturale spostarmi e venire a vivere a Forlì. Dal 1990 vivo in Romagna, dove insegno e traduco la lingua portoghese e la mia cultura, piena di tradizioni e curiosità.


Come hai imparato il dialetto romagnolo? E quali sono le differenze più vistose tra la cultura lusitana e quella italiana?

Ho cominciato a sentire parlare il dialetto romagnolo a casa dei miei suoceri e, avendo io una certa predisposizione per le lingue, mi sono interessata subito al dialetto forlivese, cercando di capirlo e anche di parlarlo un po’. Devo dire che non ho trovato grandissime differenze tra le due culture. Il Portogallo, infatti, è un paese ricco di tradizioni e cultura popolari, come l´Emilia-Romagna, una terra dove si vive davvero bene. Già, il modo di vivere. E´ curiosa l´Italia, con le sue molte sfaccettature che ti coinvolgono e attraggono allo stesso modo. E´ un paese nel quale si mangiano i carciofi - e come sono buoni ! -, anche se da sempre li ho visti crescere in mezzo ai campi incolti oppure bruciati in altissimi falò a giugno, meglio se da una giovane fanciulla perché portano fortuna, il che significa trovare marito.
Una regione, la Romagna, nella quale si mangiano cibi a me prima sconosciuti, e che mai avrei pensato potessero essere apprezzati, come i fiori di zucca - che, fritti, sono una bontà - o un formaggio di odore pungente "dimenticato" dentro ad una fossa per mesi, oppure un´erba, all´apparenza gentile ma di sapore amarognolo, che ora è conosciuta e apprezzata anche in Portogallo, dove è arrivata mantenendo lo stesso nome: la rucola.
Il mio paese è ricco di storia e di arte che si intrecciano con la storia e l´arte italiane, che tutti abbiamo imparato ad amare. Ed è simile all´Italia anche nel traffico, dove tutti corrono e nessuno si ferma come se fossero in un perenne ritardo per arrivare chissà dove. Anche in Portogallo si mangia bene, e molto, e soprattutto ci si siede a tavola svariate volte al giorno. Nelle terre lusitane si mangia e si beve sempre seduti, a tavola, con coltello e forchetta, e quando un forestiero viene invitato in una casa portoghese si deve sentire un privilegiato perché significa che sono state superate tutte le barriere della cortesia e della riservatezza - che sono numerosissime, inferiori solo al Giappone - e che si è già passati alla confidenza. Il fatto di mangiar insieme è sinonimo di amicizia vera, comunione, aggregazione.



Misano, giardini Anabela, quali sono gli esempi più chiari di termini romagnoli "presi" dal portoghese? Per quali motivi c´è stato questo travaso da una lingua straniera al dialetto e, in particolare, quali sono i legami tra le due culture?

La lingua portoghese ha prestato all´italiano parole nei campi della fauna e della flora, della musica popolare e dei mezzi di trasporto. Molti di questi termini provengono dal portoghese del Brasile e da quello delle colonie africane, e vengono usati così come sono, direttamente, oppure modificati dall´evoluzione linguistica.
La presenza della lingua portoghese in Italia ha avuto un percorso interessantissimo e rintracciabile a partire dal nord, dal Veneto, dove da sempre c´è stata un´emigrazione verso il Brasile, con conseguente ritorno, oppure in Liguria, dove nel dialetto genovese possiamo trovare dei suoni assai simili al portoghese del Brasile. Scendendo verso le Marche, scopriamo che ad Ascoli Piceno le piccole viuzze del centro storico si chiamano rua come in portoghese, una parola proveniente dal latino ruga. Percorrendo ancora lo stivale, arriviamo in Campania dove spesso viene usata l´espressione, del tutto regionale, "fare il portoghese", per identificare chi entra in un locale, allo stadio o usa un mezzo di trasporto senza pagare il dovuto biglietto. Questa espressione deriva dal fatto che a Roma, nel XVIII secolo, in occasione dell’arrivo di una comitiva lusitana che voleva rendere omaggio al Papa, fu concesso a questi portoghesi di partecipare a una rappresentazione al Teatro Argentina senza pagare il biglietto.
Arrivati in Romagna, scopriamo non solo che nel dialetto ci sono diverse similitudini fonetiche ma pure che c´è una frazione del Comune di Misano Adriatico, chiamata Misano Brasile, che deve il suo nome al fatto che il primo nucleo abitativo della zona è nato sotto la spinta di un emigrante italiano, rimpatriato dal Brasile, il quale aveva inoltre usato uno schema costruttivo per le abitazioni proprio della zona brasiliana dove aveva lavorato. Quando, infine, mi sono messa a confrontare il portoghese con il dialetto romagnolo, nella specifica variante della città di Forlì, ho potuto verificare che vi è una presenza ridotta di vocaboli lusitani, presi dall’italiano come lingua veicolare, che sono stati adattati alla fonetica caratteristica del dialetto.
Le parole di origine portoghese che ho trovato nel dialetto forlivese sono: banana (banâna), bambù (bambù), barocco (baròc), caravella (caravêl), imbarazzare (imbarazêr), macaco (macac), mandarino (mandarén), marmellata (marmelêta/marmelêda), tifone (ciclòn), veranda (varânda), veletta (vlèta).
Abbiamo quindi una similitudine di suoni, ad esempio in sgnôra, aptit, oppure in parfom, camisa, dicémbar, murtadella, culéga, franzês e anche nella mancanza delle consonanti doppie.

Vorrei finire questo scambio culturale con un omaggio in dialetto, la poesia "Ravenna" di Giuseppe Bellosi, che dedico a tutti i romagnoli sparsi nel mondo. Da parte di una portoghese in Romagna. Potete vedere come ci sia affinità tra le due lingue.


In piaza la zent i scor furastìr
sot´aj lom.
Ut pê d´rës a là int on ad chi post
ch´i n´è invèl.
Alóra us po nench zighê fôrt.
Chj étr i n´i fa brisa ment.

Na praça a gente fala forasteiro
Sob o lume.
Parece estar lá num daqueles lugares
Que não há em nenhum lugar
Então pode-se gritar alto
Que os outros não fazem caso disso.



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